Libertà di stampa

Ovvero, della confusione mentale.
Leggo su Repubblica:

… ogni volta che i giornalisti sono stati imbavagliati, è stata imbavagliata anche la democrazia. Un tempo si faceva con le leggi, oggi ci pensano i ladri del web che uccidono le imprese editoriali con l’idea malata che l’informazione debba essere gratis.

Cito Wikipedia alla voce Esproprio Proletario.

In Italia la nascita degli espropri proletari si deve alle lotte di alcuni gruppi della sinistra extraparlamentare che negli anni settanta portarono avanti una politica di “riappropriazione”, alla cui base vi è la questione del valore prodotto dal lavoro degli operai: con l’esproprio proletario la classe operaia si sarebbe riappropriata dei beni e servizi che produce ma di cui è privata dal sistema del mercato. La riappropriazione riguardava non solo i beni di prima necessità. Spesso venivano colpiti negozi d’abbigliamento, librerie e negozi di dischi. Più in generale si poneva quindi il problema del carovita e dei bisogni materiali che le fasce popolari della società (in particolare il proletariato e il sottoproletariato urbano) non riusciva a soddisfare a causa del basso reddito. Il picco di espropri proletari si ebbe durante il movimento del 1977, che diede vita anche alla campagna più intensa di autoriduzioni.

La riproposizione più eclatante di questo tipo di espropri è avvenuta il 6 novembre 2004 a Roma da parte di attivisti dei centri sociali e disobbedienti in occasione del grande corteo contro la precarietà organizzato per quella data. In particolare l’azione, ribattezzata dal leader dei disobbedienti Luca Casarini “spesa proletaria”, riguardò il centro commerciale Panorama nel quartiere di Pietralata e la libreria Feltrinelli di Largo Argentina.

Casarini, quello che la “stampa” ci propone come filantropo che naviga per il mare a salvare i “profughi” che fanno “naufragio” o che ci descrive tormentato da una incipiente conversione al Cattolicesimo di Papa Francesco. Continua l’articolo di Repubblica:

… denigrare il nostro lavoro: cioè che i giornali in realtà non sono liberi perché obbediscono solo ai loro padroni. “Con la libertà di stampa i giornali pubblicano solo ciò che vogliono veder stampato le grandi industrie o le banche, le quali pagano il giornale”: così rispose Benito Mussolini nel 1932 allo scrittore Emil Ludwig che lo intervistava.

Questo argomento non ha niente a che fare con i “ladri del web”. Si tratta invece di decidere due cose, se i “giornalisti” scrivono la “verità” o piuttosto lavorano per condizionare l’opinione pubblica alle tesi che fanno comodo a chi li paga, che sia la proprietà del giornale o gli inserzionisti, se il lavoro dei “giornalisti” abbia un valore, cioè se il modo in cui scrivono e gli argomenti che trattano abbiano un valore diverso da quello che chiunque oggi può scrivere e pubblicare tramite Internet.

Quello che diceva Mussolini è palese.
Solo che a quel tempo non esisteva la possibilità da parte dei singoli cittadini di fare “controinformazione”, quindi la parte mancante del ragionamento di Mussolini è che per garantire che la “informazione” non consista semplicemente nella comunicazione delle grandi industrie e delle banche, che pagano, lo Stato deve intervenire. Non è diverso, concettualmente, dal famoso “contributo statale all’editoria“.

Ora, è altrettanto palese che in un regime autocratico lo Stato sostiene l’editoria che appoggia l’autocrate e reprime o sopprime l’editoria che lo contrasta. Questo però non è diverso in una “democrazia” come quella italiana, se alla parola generica “Stato” sostituiamo la parola “partiti”. Notoriamente, quello che è successo nella storia repubblicana è che i partiti hanno “lottizzato” la “informazione”, sia quella finanziata dal denaro pubblico, sia quella finanziata da grandi industrie e banche, per via del meccanismo della azione di “lobbying” o dei “gruppi di interesse”. Quindi c’erano “giornalisti” che scrivevano per compiacere uno e altri “giornalisti” che scrivevano per compiacere l’altro, spesso e volentieri con tesi contrapposte, senza curarsi di cosa fosse “vero” e cosa fosse “falso”.

Il fatto che la “informazione” sia artefatta nell’interesse di Caio è diverso dal fatto che la “informazione” sia artefatta nell’interesse di Pippo, Paperino, Topolino e Paperoga?

Le cosiddette “fake news”.
Chi decide se uno scritto pubblicato in un modo qualsiasi, che sia un volantino stampato col ciclostile come negli Anni Settanta o un post su un blog, contiene “fake news”? Facciamo un caso celeberrimo: quando si trattò di invadere l’Iraq di Saddam Hussein la Amministrazione americana mise in piedi una campagna di comunicazione planetaria che sosteneva la necessità di rimuovere il dittatore iracheno perché questi stava preparando le “armi di distruzione di massa”. Mandavano in giro per il mondo degli emissari “autorevoli”, generali e funzionari, a mostrare documenti, immagini, elaborazioni come “prove” delle loro asserzioni. Tutto questo avveniva mentre ispettori ONU, inviati in Iraq, asserivano di non avere trovato traccia di queste fantomatiche “armi”. Alla fine ci fu la guerra, l’Iraq fu invaso, Hussein condannato a morte, varie vicende religiose, etniche e tribali complicate che gli Americani non sono mai riusciti a gestire e le “armi di distruzione di massa” non esistevano. Erano tutte balle e si giustificarono dicendo di essere stati mistificati da rapporti sbagliati dei Servizi Segreti.

Potrei fare cento esempi legati alla cronaca italiana in cui la “stampa” ha fatto da amplificatore di emerite balle e anche facilitatore di truffe e imbrogli ai danni degli Italiani, sempre generati dall’abbinamento maligno tra i “partiti” e i loro referenti delle grandi aziende e delle banche. Anzi, da quando esiste la Repubblica, oltre grandi aziende e banche abbiamo anche avuto potentati stranieri da cui i “partiti” erano eterodiretti, facciamo il caso della CIA per la DC e del KGB per il PCI e la “editoria” lavorava per compiacere l’uno o l’altro, non nell’interesse del “lettore”, cioè degli Italiani, ne in nome della “verità”. Oggi è la stessa cosa.

Aggiungo un’altra considerazione: i “giornalisti” non sanno scrivere. Non scrivono meglio, ne da un punto di vista meramente tecnico, ne dal punto di vista della speculazione filosofica, dei contenuti, di una persona qualunque dotata di un livello di istruzione medio.

Ne consegue che se la “stampa” non ha nessuna “autorevolezza”, perché diamo per scontato che pubblichi le cose che fanno comodo a chi paga, cioè in termini semplici il “giornalista” attacca il ciuccio dove dice il padrone e se tecnicamente gli scritti non sono qualitativamente diversi da quello che chiunque è capace di scrivere, non c’è niente da “denigrare”, il “lavoro” del “giornalista” effettivamente non vale nulla.

Non è un caso che il desiderio di rimettere il dentifricio di Internet dentro il tubetto dell’editoria è condiviso tra gli “addetti del settore” e la “politica”. Non perché il Web consente ai “ladri” di ripubblicare illecitamente contenuti idealmente protetti da “copyright” ma perché il Web consente a chiunque di scrivere e pubblicare, mostrando facilmente che il re è nudo, cioè che i “giornalisti” sono prezzolati e che i “politici” mentono.

Ripeto l’ovvio: i “giornalisti” sono prezzolati e i “politici” mentono.
Volendo si può aggiungere anche l’aggettivo “mediocri” per gli uni e per gli altri.

3 thoughts on “Libertà di stampa”

    1. Sono cose che io so non da ieri ma dall’inizio di questa faccenda della immigrazione. L’ho anche scritto molti anni fa, che la cosa più ovvia che dovrebbe obbligare tutti a raggiungere le medesime conclusioni. è la topografia. Basta prendere un atlante e guardare le distanze e i territori che i “migranti” secondo la “vulgata” attraversano in ciabatte, fuggendo. Poi basta sapere cosa ci vuole a muovere una armata da un continente all’altro. Si tratta di quantità enormi, da ogni punto di vista e questo esclude che il tutto possa essere “fenomeno spontaneo”.

      L’immigrazione è reclutata nei villaggi di proposito, è organizzata dal punto di vista dei trasporti e della logistica, pagando o sottomettendo con la forza gli abitanti del luogo e tutto viene finanziato dalle Elite Apolidi, quando non direttamente pagando i contrabbandieri, mettendo in mano ai “migranti” i soldi sotto forma di “cooperazione”.

      Tutto questo avviene nella piena consapevolezza delle autorità politiche europee e delle autorità giudiziarie, che non fanno niente perché hanno ricevuto direttive di facilitare l’immigrazione in tutti i modi. La cosiddetta “stampa”, come ho scritto in questo post, è totalmente asservita e la sua funzione è quella di condizionare la “opinione pubblica”.

      La storia delle ONG è solo propaganda. La maggior parte degli immigrati arriva coi suoi mezzi e sono milioni, non decine o centinaia. Stanno ripopolando l’Europa e basta vivere dove vivo io o in una analoga periferia europea per vederlo.

      1. Ah, non ho esplicitato in cosa consiste la propaganda delle ONG.
        Consiste nell’affermare che il “diritto” dei “migranti” ha la precedenza sulle leggi dello Stato e sulla identità nazionale. Le ONG vogliono prima introdurre a forza e poi, a forza di ripetere il gesto e manifestare l’impotenza dello Stato a difendersi, “normalizzare” le cose che scrive la Di Cesare e che adesso riporto:

        “possono gli Stati impedire l’immigrazione? Hanno i cittadini il diritto di escludere l’immigrato, il potere sovrano di dire «no»? Se sarà forse legale, questo diritto non è legittimo. E si basa su un equivoco: che essere cittadini significhi essere comproprietari del territorio nazionale. Di qui il gesto discriminatorio che rivendica a sé il luogo in modo esclusivo. Il problema è lo Stato nazionale. Quello che viviamo è uno scontro epocale fra lo Stato e i migranti, dove i cittadini sono spinti a giudicare quel che avviene lì fuori con un’ottica statocentrica. Difendono perciò i loro privilegi, non i diritti umani. Immaginano di avere la proprietà del suolo, rivendicano una discendenza di nascita, finiscono per credere che al démos corrisponda un éthnos, che il popolo debba avere confini etnici o «razziali», immaginano di avere il diritto di decidere con chi coabitare”.

        Gli Italiani IMMAGINANO di avere il diritto di decidere e le ONG, gentilmente e umanamente, li vogliono curare da questa psicosi. Le leggi dello stato sono illegittime e vanno semplicemente ignorate, tranne quando fanno gioco agli “accoglioni”, allora diventano draconiane. Il “migrante” ha un diritto concreto, non immaginario, di introdursi in Italia illegalmente. Viceversa, chi lo ostacola è colpevole secondo le stesse leggi “illecite”.

        Siamo nel campo della psichiatria. Ma non crediate che sia gente malata. Sono invece cinici privi di scrupoli e queste cose sono studiate a tavolino per riprogrammare le menti della “massa”. Non da ora, da almeno cinquant’anni.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.