Dare vuol dire arricchirsi

Ogni tanto la signora Maraini pubblica un editoriale delirante sul Corriere.

Sono editoriali che non hanno nessun contenuto di interesse e si potrebbero ignorare tranquillamente se non per due elementi. Il primo elemento è determinare il “valore” della “informazione”. Il Corriere conferma che è nulla, zero. La “informazione” non vale niente e nonostante questo, pretendono di farne un mestiere ben pagato. Il secondo elemento è che la signora Maraini realizza un esempio da manuale di ripetizione parossistica e patologica di slogan, stereotipi, ritornelli con cui i “media” stanno cercando di condizionare la gente ignara. Cominciamo dal sottotitolo:

Solo chi esalta il sospetto e l’intolleranza non riesce a capire che «dare» vuol dire invece arricchirsi.

Eh? La signora Maraini butta li questa “frase ad effetto” contando sul fatto che il lettore condivida con lei una quantità enorme di convenzioni. Cioè che sappia o presuma di sapere cosa significa l’espressione “chi esalta il sospetto e l’intolleranza” e quindi non le chieda di spiegarlo.

Io non condivido nessuna di queste convenzioni. Penso invece che i “progressisti”, gli ex-comunisti che qualche decennio fa sognavano di prendere il potere con le armi e ammazzare tutti i “padroni” per instaurare la “dittatura del proletariato” e che adesso sono funzionari delle Elite Apolidi, gli ex-democristiani sepolcri imbiancati, fuori immacolati come gigli e dentro luridi come fogne, siano il peggio del peggio, che siano una continua minaccia per me e per il mondo e quindi li odio, nel senso che vorrei che sparissero, che non esistessero.

Non ho alcun sospetto, ho delle certezze e non devo indagare per passare da sospetto a certezza, mi basta leggere la signora Maraini sul Corriere. La “tolleranza” è un concetto privo di senso per come ci viene venduto dal solito “storytelling”, cioè come sinonimo di “amore disinteressato per l’Umanità”, in realtà è il tipo di “tolleranza” che può avere qualcuno con una gamba maciullata mentre il chirurgo dell’ospedale da campo di una battaglia ottocentesca gliela amputa con una sega a mano o la “tolleranza” che deve sviluppare qualcuno messo in prigione con degli energumeni dediti alla sodomia.

D’altra parte, non si capisce perché qualcuno dovrebbe “esaltare” il “sospetto e l’intolleranza”. La signora Maraini usa la parola “esaltare” senza altra ragione che attribuire al “bersaglio” della sua invettiva una mentalità e un comportamento cattivo, disgustoso se non malato. Perché lei, la signora Maraini, nel suo editoriale non “esalta” il “dare” e lo “arricchirsi”, lei si limita a mostrare cose che sono ovvie per l’umanità moralmente e intellettualmente superiore. Sono gli altri gli “esaltati” ed “esaltanti”. Questi altri, subumani, non riescono a capire.

Non riescono a capire che “dare” vuol dire “arricchirsi”. Anche qui, confusione semantica mirata ad un lettore che non si fa nessuna domanda, che assume tutto per fede. Perché la signora Maraini non intende davvero il “dare” ma intende il “ricevere”, l’esatto contrario. La signora Maraini ci sta dicendo che ricevendo una intrusione, materiale o figurata, non facciamo un sacrificio ma in realtà otteniamo il godimento. Vi devo fare un disegnino?

… dando qualcosa di sé si esercita la propria energia, la propria vitalità …

Tornando all’esempio di cui sopra, se mi faccio segare una gamba o se mi presto alla sodomia dei carcerati, esercito la mia energia e vitalità. Perché la signora Maraini sta volutamente nel vago ma qui si parla della solita “accoglienza” che è un concetto tipicamente femminile e/o omosessuale. I Romani, spregevoli conquistatori, non a caso disprezzavano più di tutti quelli che si prestavano come “partner passivi”. Noi, che dobbiamo essere amorevoli conquistati, invece li esaltiamo. Eccoci alla chiosa:

Chi odia non sa che quando dedichiamo attenzione, affetto, riguardo e rispetto, tiriamo fuori la migliore parte di noi, e quindi entriamo in un ambito sacrale. La scuola per esempio, come istituzione è in forte crisi e non sa più dare niente, ma resiste e vive per la rete di insegnanti generosi che continuano a offrire tempo e attenzione. Ma cosa vuol dire dare nell’insegnamento? Semplicemente sapere creare un dialogo, ovvero usare la pratica dell’attenzione, della comprensione, dell’intelligenza affettiva verso l’altro, vuol dire attivare un processo di conoscenza che aiuterà sia l’alunno che l’insegnante e arricchirà la comunità nel suo delicato momento di crescita comune.

Prima assurdità: se io ignorassi la signora Maraini non significherebbe che la odio ma che la considero insignificante. Se non rispettassi la signora Maraini non significherebbe che la odio ma che ritengo che non meriti un secondo sguardo. Viceversa, se la odio e quindi vorrei che sparisse, che non esistesse, è perché la considero una minaccia, qualcosa da cui bisogna guardarsi. Allo stesso momento, nessuna di queste cose, ignorare o odiare, significa amare. I Milanesi che pagano i “rider” perché gli portino il mangiare a casa con la scatola legata alla schiena, non amano i “rider”, li ignorano come esseri umani e li usano come strumenti meccanici.

Seconda assurdità: la parte migliore di noi, perfino “sacrale”, consiste nel “darsi” perché solo quando “accogliamo” otteniamo il vero godimento. Si, è una contraddizione, perché se godi nel fare qualcosa è un dare per avere. Allora, la signora Maraini fa confusione apposta per evitare di dire qual è lo scopo del “dare”, che poi come abbiamo già detto, in realtà è un “prendere” mentre si “accoglie”. Perché questo scopo è cosi importante da essere “sacro”.

La “rete di insegnanti generosi” che offrono tempo e attenzione. Che tristezza. Come se non sapessimo che gli insegnanti fanno quel mestiere solo perché cercavano qualcosa che offrisse le garanzie del “posto pubblico” col minimo possibile di sbattimento e perché l’alternativa era la disoccupazione. Gli insegnanti non sono i migliori, ancora, purtroppo allo stato attuale sono i peggiori, gente che non potrebbe fare nessun altro mestiere. Certo, ci sono eccezioni ma questa è la “norma”, la “regola”. Poi, mi pare ovvio che gli insegnanti sono pagati per fare quello che fanno, principalmente tenere i ragazzi lontani da casa il più a lungo possibile perché i genitori non vogliono e non possono pensarci loro. A nessuno importa davvero dei ragazzi e di quello che imparano o non imparano.

Cosa vuol dire “dare” nell’insegnamento? Secondo me significa trasmettere informazioni e metodi per elaborare queste informazioni. Trasmettere conoscenza. Non significa affatto usare la pratica della comprensione, della “intelligenza affettiva verso l’altro”. Mi piacerebbe chiedere alla signora Maraini cosa significa “intelligenza affettiva”. Posso ipotizzare che significhi “compassione” o “simpatia”, cioè qualcosa tipo “condividere i sentimenti/sensazioni degli altri” oppure che significhi “tecnica di manipolazione del comportamento altrui”. Il “processo di conoscenza” è un retaggio della “scuola democratica” per cui non si trasmettono “cognizioni” ma si fa “esperienza di vita” e, ovviamente, essendo la scuola “democratica”, insegnante e alunno sono uguali, sono soggetti al “momento di crescita comune”. Vedi articolo nella colonna di destra sul perché gli studenti sono analfabeti.

Delirio totale.
Aggiungo una postilla. Mia nipote ha cominciato la Prima Media. La “rete di insegnanti generosi” ha imposto che i genitori le comprassero uno smartphone. Visto che sono “generosi” avranno senz’altro pensato di spiegare ai bambini di prima media cosa è uno smartphone, come funziona, a cosa serve, pregi e difetti, sopratutto i difetti. Invece no, zero, niente. Alla Scuola non interessa delle conseguenze dell’ignoranza, la Scuola è una fabbrica di ignoranti dove lavorano operai ignoranti. Si arrangino pure i bambini e le loro famiglie. Poi tanto c’è la “intelligenza emotiva” e il “momento di crescita comune”. Ci sarebbe anche da fare le considerazioni sul “classismo” che implica l’imposizione dell’acquisto di uno smartphone, che non è un oggetto economico e nello stesso tempo è anche fragile, a bambini che in realtà non ne hanno alcun bisogno. Ma qui si parlava del “dare”, no?

7 thoughts on “Dare vuol dire arricchirsi”

  1. Riguardo la postilla: come le fanno utilizzare lo smartphone a scuola?
    Chi della scuola ha diritto a contattarla direttamente senza dover passare dai genitori, e perchè? In quale caso? Non penso sia necessario all’attività didattica, perchè nel caso semmai sarebbe stato richiesto un tablet su cui produrre compiti e documenti.. ma lo smartphone?

  2. Mi ero tolto i preti dai piedi e ora mi ritrovo questi sacerdoti che trombonano le loro melliflue predicozze della scadente religione del politicamente corretto.
    Quanto riporti della Maraini e’ un insieme di frasi politicamente corrette dolciastrognole. Io provo quasi la nausea a leggere ‘sta roba. Il fatto che il Manifesto della Sera pubblichi questa cacca ricoperta di glassa zuccheracea la dice molto su come siamo messi.
    Il picco dell’inispienza e’ il passaggio sull’insegnamento.
    (manineicapelli)

  3. Chissà, forse la Maraini si è è ispirata al sublime “Io ho quel che ho donato” che ornava la copertina di tutti i volumi delle opere di D’Annunzio. Che generoso d’Annunzio, quanto era umano. Ma al Corriere c’era una porticina da cui poteva scappare quando gli importuni creditori lo cercavano per riavere i loro soldi.
    Ma intanto io posso donare se prima ho incamerato, accumulato. La gente comune o normale e forse gretta non afferra la profondità di certi pensieri. Come, se do dovrei sentirmi più ricco? Mah, sì, forse più ricco in umanità. Ma è l’ennesima esortazione ad aprire le porte, ad accogliere i nostri fratelli. Ognuno ne accolga uno, dice il cardinale Bassetti. Ma si passerà presto dall’esortazione all’imposizione. C’è chi parla di requisire le seconde case e poi magari un giorno anche le prime, oscenamente spaziose. In Germania è partita una iniziativa per espropriare i grandi proprietari immobiliari e per bloccare i fitti per cinque anni.

    1. Mi sa che ti sfugge un dettaglio, opportunamente mimetizzato dalla signora Maraini.
      Donare il sangue non è uguale a prenderlo nel culo mentre sei in prigione.

      Lei comincia la predica con “esalta, sospetto, intolleranza” e si riferisce, senza nominarlo, ad un Salvini o chiunque proponga di ostacolare, idealmente arrestare e invertire l’invasione degli immigrati. Una cosa, l’invasione, che non è un “dare” volontario, spontaneo ma che ci viene imposto con la forza.

      Quando dice “accogliere” la signora Maraini esprime un concetto tipicamente femminile di “accogliere” la violenza altrui in un abbraccio, non so se mi spiego. In questo ci vede “vitalità”, invece che laida sottomissione e ci vede “arricchimento”, perché alla fine c’è il caso che se ti abitui, lo trovi anche piacevole e poi dallo “amore” nascono i “frutti dell’amore”, il famoso meticciato.

      Gli insegnanti che si prestano al gioco della propaganda, di cui trovi un esempio nel post precedente, senza andare lontani, sono la feccia. In questi giorni tornano alla carica con il “diritto di cittadinanza” da ottenere tramite un ipotetico “percorso scolastico”. Lo “Jus Culturae”. Ecco perché il compito dell’insegnante non è quello di trasmettere conoscenze come nozioni ma adoperare la “intelligenza affettiva” per “attivare processo di conoscenza che aiuterà sia l’alunno che l’insegnante e arricchirà la comunità nel suo delicato momento di crescita comune.” Significa che invece di “insegnante” devi avere un “mediatore culturale” che ci “arricchirà” imponendoci non tanto il ragazzo straniero ma tutti i suoi familiari come “nuovi italiani” e questo è il “momento di crescita comune della comunità” (nota la ripetizione, sono grandi scrittori, non rileggono nemmeno i pezzi).

      Questa predica della signora Maraini è nello stesso insieme dell’editoriale della signora Di Cesare che riporto a destra, con cui fa strame di secoli di Storia e milioni di caduti:

      “Difendono perciò i loro privilegi, non i diritti umani. Immaginano di avere la proprietà del suolo, rivendicano una discendenza di nascita, finiscono per credere che al démos corrisponda un éthnos, che il popolo debba avere confini etnici o «razziali», immaginano di avere il diritto di decidere con chi coabitare.”

      Rivendicare per se la propria Patria significa difendere un privilegio e immaginare di avere il diritto di decidere con chi coabitare. Oppure, come ho detto sopra, avere il diritto di decidere se prenderlo in culo oppure no.

      Non è una novità. I Socialisti del primo Novecento accusavano i reduci della Grande Guerra di essere assassini criminali al soldo del Capitale. Ecco, Maraini e Di Cesare ripropongono sempre gli stessi meccanismi, cambiando solo la confezione, dal vecchio marxismo-leninismo adesso è il “liberalismo” apolide. Ma il tradimento è lo stesso e il loro nemico sono i “fascisti”, che sia la Maraini che la Di Cesare chiamano senza nominarli.

    2. Un’altra cosa: questi “democratici” sono consapevoli che la loro predicazione è rifiutata dalla maggioranza degli Italiani. Quindi tornano al vecchio ritornello dei Partiti Comunisti per cui il “proletariato” non ha ancora maturato pienamente la “coscienza di classe” oppure, un ritornello vecchio come il mondo per cui i fedeli non hanno abbastanza fede e sono tutti peccatori, quindi, devono essere messi sotto tutela come il gregge del “pastore” per il loro stesso bene.

      I “democratici” sostengono la “democrazia” solo quando gli fa comodo, altrimenti la negano senza battere ciglio. Come dice Bersani, “io faccio lo “Jus Soli” e se l’ottanta per cento degli Italiani è contrario non me ne frega assolutamente niente”. Chiaro esempio di quanto Bersani senta il dovere verso la Nazione, vedi la faccenda del “vincolo di mandato” e di quanto Bersani stimi gli Italiani. Fulgido esempio di patriota e di “democratico”.

      Tutte queste cose passano in cavalleria, quindi Maraini e Di Cesare pontificano sul Corriere e Bersani arriva a fare il rappresentante eletto perché per cent’anni ci si è impegnati a ridurre gli Italiani ad una massa di idioti e/o di pazzi. Altrimenti non si farebbero imporre la sodomia in tutte le varianti.

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