Le grandi menzogne: la “natura”

Premesso che vi raccomando la lettura dei post precedenti, che siamo veramente toccando il fondo.

Il nulla sul Corriere:
Il pontile che biancheggia sul laghetto è una «cosa» fatta dagli uomini e ripresasi dalla natura: le foto da novembre 2018 a oggi.

Un falso. Non ha importanza di per se quanto per la solita storia della trasfigurazione della realtà attraverso lo “storytelling”, cioè un racconto fatto di menzogne e paradossi che serve a sostenere la “nuova normalità” del Mondo Nuovo.

Prima cosa, ecco come mi ricordo la campagna lombarda della bassa Brianza di quando ero bambino.

Campi a perdita d’occhio separati da filari di alberi in corrispondenza di viottoli, rogge o di canali di irrigazione e questa era la “natura”. Per chi non lo sapesse, la differenza tra la campagna a nord di Milano e a sud di Milano sta nel fatto che a Nord la campagna, in pendenza verso Milano, è relativamente povera d’acqua, tanto che esiste(va) una rete capillare di irrigazione. Ma è sempre stata una campagna relativamente “povera”, per cui da sempre la Brianza ha una necessaria vocazione “manifatturiera”, sostenuta da una rete di trasporti, inizialmente ferroviaria e poi viaria, che la attraversava collegando il Varesotto, il Comasco e il Lecchese con Milano.

Il Parco Nord Milano fu realizzato piantumando ex-novo nella prima metà degli anni Ottanta i campi rimasti liberi dagli edifici nella terra di nessuno tra i Comuni di Milano, Bresso, Cusano Milanino, Cormano, Cinisello Balsamo, Novate Milanese e Sesto San Giovanni, in un’area dove c’era un po’ di tutto, l’antico stabilimento Breda Areonautica, un piccolo aeroporto, una discarica, vasche per scarichi fognari, l’autostrada, un ospedale, un “centro scolastico omnicomprensivo”, eccetera.

Da bambino non ci andavo mai, come ho detto era “terra di nessuno”. A quei tempi giocavamo in strada, tra i palazzi e l’unico “verde” era quello delle aiuole. Quando si andava in gita, il parco più vicino era il Parco della Villa Reale a Monza. Da ragazzo, dopo la Maturità, andavo di tanto in tanto a visitare il “nuovo” parco, che allora si presentava come una distesa di piantine alte un paio di metri disposte in intervalli regolari su una terra argillosa e viottoli polverosi d’estate e fangosi in inverno. Mano a mano che le piante crescevano, furono aggiunte tutte le attrezzature di un parco urbano, panchine, vialetti asfaltati, illuminazione, fontane, eccetera. Di recente, con grandi spese, sono stati realizzati dei laghi artificiali che recuperano l’acqua originariamente portata per l’irrigazione dal Canale Villoresi che taglia la bassa Brianza da Ovest ad Est poco più a nord del Parco.

Le fotografie che ci mostra il Corriere sono suggestive ma suggeriscono una realtà che non esiste, come sa benissimo chi frequenta il posto. Mostrano la riva nord del lago artificiale che si trova nella zona “Niguarda” del Parco e le piante si trovano in una striscia di quattro o cinque metri, dietro la quale c’è un vialetto pedonale, da cui si accede a due “pontili” come quello al centro dell’immagine, poi un’altra striscia di prato falciato, un filare di alberi e un vialetto asfaltato con le panchine. Tutto quello che si vede non solo è completamente artificiale ma viene attivamente mantenuto dai giardinieri, cioè l’erba falciata, le piante potate, abbattute, rimpiazzate. La riva del lago non è “naturale” ma consiste in uno scalino di calcestruzzo, interrotto da zone dove la terra e le piante entrano nell’acqua per consentire alle papere e altri animali che si sono abituati a vivere in città, di entrare e uscire dall’acqua. Sul lato opposto, a Sud, dopo qualche decina di metri il Parco finisce e cominciano i palazzi della periferia di Milano.

Questa è la stessa riva sul finire dei lavori di costruzione, notate a sinistra la terra predisposta a “simulare” una riva “naturale”, quella che vedete nelle immagini del Corriere. L’edificio sulla destra adesso è un centro commerciale del “Gigante”. Dietro i palazzi di Bresso.

Questa è la riva opposta, lato Milano Niguarda, in estate, frequentata dai “nuovi italiani” a cui non importa dei divieti sui cartelli.

Lo “storytelling” fasullo sulla “natura”, ha delle conseguenze ovvie. La gente non riesce a distinguere il “vero” dal “falso” e non ha nessuna cognizione della ragione, del percorso tramite il quale si arriva al “dato di fatto”. Non capisce che la “natura” del Parco Nord è altrettanto “naturale” dei filari di palme che decorano Piazza del Duomo, monumento che vorrebbe celebrare il “Mondo Nuovo Globalizzato” ma che, per chi non è rincretinito, in associazione con gli edifici novecenteschi affacciati sulla piazza, celebra i brevi fasti coloniali dell’Italia imperiale.

Nel frattempo si sono imposti dei comportamenti ossessivi nell’uso del Parco. Spariti i bambini e i ragazzi, i vialetti sono percorsi dai “corridori”, poco male, l’unico problema che sono un tantino esibizionisti e tendono a muoversi come gli storni, tutti assieme. Gli altri spazi sono colonizzati dai “ciclisti di montagna” e dai “cinofili”, i quali non hanno bisogno di un giardino curato ma di una “terra di nessuno” come era in origine, da potere devastare con le ruote dentate e dove il cane può defecare, scavare, essere “libero”. Tutta gente che al Parco ci va in macchina. Quindi, come sempre, servono i posteggi e nessuno si preoccupa di cosa c’è appena fuori, cioè del “vivere” la città. Si straparla di “natura” senza vedere che si passa da uno spazio chiuso ad un altro spazio chiuso muovendosi chiusi dentro dei veicoli. I “vuoti” dell’ambiente urbano sono spazi “ostili”, invivibili, destinati solo al movimento o al parcheggio dei veicoli. Non esiste un modo “sano” di camminare dal Parco a casa mia, per camminare da un Comune all’altro o per andare in bicicletta da un Parco all’altro. Perché, lo ripeto, si esce di casa per camminare col cane e si va in bicicletta solo sullo sterrato con la ruota dentata.

Ogni tanto capita di vedere il “mega-progetto” del centro commerciale, del nuovo stadio, eccetera. Le cose che contano sono i nuovi palazzi ma il progetto include sempre il “verde”, per via dello “storytelling” sulla “natura”. Peccato che si tratterà sempre e comunque di spazi “vuoti” progettati sulla carta per essere “vissuti” ma la gente non saprà come “viverli” e che saranno isolati dal contesto, cintati, impermeabili. Nella migliore delle ipotesi, ci arriveranno in macchina e tireranno fuori il pittbull o la “mountain bike”, cercando uno sterrato. Qualsiasi “attrezzatura” sarà negletta, perché non serve ai “ciclisti di montagna” e ai “cinofili”, quindi velocemente vandalizzata dalla sotto-umanità che frequenta i “vuoti” col buio, quando gli altri sono chiusi dietro allarmi e porte corazzate. E’ un livello ulteriore di astrazione e quindi di alienazione.

Il livello di alienazione, oltre che dai comportamenti ossessivi della “natura”, si misura anche dal bisogno indotto di “viaggiare”. Appena si ha del tempo libero bisogna andare a visitare un posto qualsiasi, purché sia “altro” rispetto al luogo dove si dovrebbe vivere ma in realtà si esclude, chiudendosi dietro allarmi, impianti di filtraggio dell’aria e porte corazzate. Tipo bunker per la Guerra Atomica. Non si viaggia per estendere i propri orizzonti, una cosa che richiede un certo tipo di “cultura” che pochi possiedono ma per fuggire, per evadere dal carcere. Un posto vale l’altro. Poi però si ritorna e ci si rinchiude, in casa e in auto.

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