Un post da geek

Non leggetelo se non vi interessano Internet, i PC, eccetera.

Allora, come scrissi in un post precedente, in occasione dello “end of lyfe” di Windows 7 ho deciso che, invece di passare attraverso la ordalia di installare e configurare Windows 10 più tutti i programmi ( vi ricordo che Windows 10 è gratis se avete una licenza di 7), era meglio completare il processo che ho avviato anni fa e usare solo Linux. Allo stato attuale si tratta di un laptop estremamente economico con una CPU “celeron” e 4 Giga di RAM e un desktop altrettanto economico con una CPU “i3” e 4 Giga di RAM.

Ho fatto il solito giro installando le distribuzioni che vanno per la maggiore ma alla fine sono tornato a quella con cui mi trovo meglio perché è la più noiosa, cosi noiosa che viene voglia di scassare qualcosa di proposito, tanto per avere qualcosa da fare. Come avrete visto dal “banner” a destra, si tratta di una derivata di Ubuntu che usa XFCE come “ambiente desktop”, cioè l’aggeggio che disegna la “scrivania” con “menu”, “icone” e “finestre”.

XFCE è un “ambiente” con effetto nostalgia perché assomiglia molto come “feeling” alle vecchie versioni di Windows e quindi ci vuole veramente poco per adattarsi alle differenze. L’installazione è una cosa di pochi minuti e include tutto il necessario, ho aggiunto solo due programmi, uno per gestire dischi, chiavette, eccetera e uno per gestire i “pacchetti”, che per semplificare significa cercare, installare o rimuovere programmi. Poi ho cambiato le icone, lo sfondo del desktop, la decorazione delle finestre e oplà, fatto.

Il punto di forza di Linux è anche il suo difetto. Non è una cosa unica ma una accozzaglia di progetti del tutto indipendenti, portati avanti da persone eterogenee, dal dipendente della grande azienda allo hobbista. Le “distribuzioni” sono delle raccolte assemblate per facilitare la vita ai pigri come me, altrimenti dovresti mettere tutti i pezzi assieme personalmente. Il vantaggio è proprio questo, che potendo scegliere i pezzi da mettere assieme, puoi farti un sistema su misura.

Ci sono cose difficili da capire per quanto riguarda Linux, per esempio il fatto che si sprecano un sacco di risorse continuando a rifare le cose senza che ce ne sia bisogno. Le due cose peggiori che sono capitate negli ultimi anni sono state i due rifacimenti degli “ambienti” più usati, KDE, basato sul “toolkit” QT e Gnome, basato sul “toolkit” GTK. Dovete sapere che tutti i programmi per Linux realizzano la propria interfaccia grafica con uno di questi due “toolkit”. Le versioni precedenti di KDE e Gnome non avevano niente che non andasse, bisognava solo aggiornare, correggere, perfezionare. Invece no, la gente che si è incaricata delle nuove versioni ha deciso di rifare tutto da zero e che bisognava essere “moderni” cambiando la “metafora” della “scrivania” con qualcosa di diverso. KDE partì coi “plasmoidi” e nessuno capiva cosa diavolo fosse un “plasmoide”, a me sembra che fossero dei “contenitori” che potevano contenere altri “contenitori” o praticamente qualsiasi cosa. Dopo un tempo infinito durante il quale non funzionava una beata mazza, alla fine KDE torna alla solita “scrivania” ma nel frattempo ha perso una quota consistente di utilizzatori che si erano spostati su Gnome o altri “ambienti” fondati su GTK. Ecco la seconda catastrofe, la nuova versione di Gnome abbandona la “scrivania” per proporre una interfaccia analoga a quella che si usa per i “touchscreen” degli “smartphone”, cioè l’idea che si adoperi un PC come si adopera uno “smartphone”. Anche qui per un pezzo non funziona niente ma la cosa peggiore è che l’idea di usare un PC come un telefono è una emerita scemenza. Allora cosa si inventano? Che puoi cambiare Gnome tramite delle “estensioni”. In sostanza devi fare tutto un giro per installare “estensioni” che riportino la interfaccia touchscreen che nessuno vuole o usa ad assomigliare ad una “scrivania”. Siamo abbastanza nel campo della psichiatria.

Fortunatamente, se non ti piace una cosa, Linux ti incoraggia a prendere il codice sorgente e modificarlo come ti fa comodo. Quindi non solo alle due catastrofi sono sopravvissuti degli “ambienti” minori come XFCE ma si sono prodotti un certo numero di “fork”, per esempio il vecchio Gnome non ha cessato di esistere, è diventato l’ambiente Mate.

Comunque, adesso ho i miei due PC con lo stesso ambiente e la stessa configurazione, che per le cose che devo fare io va più che bene. Non solo non mi mancano affatto Windows 7 e i programmi per Windows ma, come dicevo, sono molto più a mio agio. Non devo preoccuparmi di installazioni che danneggiano il sistema, non devo preoccuparmi di virus o intrusi malevoli, ho messo un firewall tanto per passare il tempo perché è superfluo, non esiste nemmeno il concetto di “deframmentare” il disco, non ci sono “utility”, niente. Apri programmi, usi programmi, chiudi programmi. Tra l’altro, non esiste il concetto di “software pirata”, tutto quello che mi serve è liberamente disponibile. Ovviamente anche per Linux ci sono programmi professionali che richiedono l’acquisto di una licenza ma per ora a me non servono perché sono programmi di nicchia, non per un uso generico del PC.

Per chi non è avvezzo, sono due le maggiori differenze con Windows: primo, l’utente e l’amministratore sono due entità separate. Si dovrebbe fare lo stesso con Windows ma quasi nessuno si ricorda che quando lo installi, il primo utente è sempre amministratore, quindi tutti usano Windows non come utente ma come amministratore coi permessi per cambiare e quindi scassare qualsiasi parte del sistema. In Linux l’utente può leggere e scrivere solo dentro la sua “directory/cartella” – “home” e per fare qualsiasi altra cosa deve o uscire e rientrare come “root” oppure elevare i propri permessi tramite un aggeggio che si chiama “sudo” che chiede la password. L’altra differenza principale è che mentre i programmi che si installano in Windows vengono da qualsiasi “luogo”, cioè prendi un programma da Internet e lo installi, in Linux, salvo eccezioni, i programmi vengono da un “repository” che viene gestito dalle stesse persone che realizzano la distribuzione. Questo dipende da una differenza strutturale: in Windows ogni programma si installa aggiungendo al sistema tutto quello che gli serve per funzionare, qualsiasi cosa, a qualsiasi livello. Con ovvie conseguenze potenzialmente catastrofiche quando si vanno a modificare parti del sistema. In Linux invece i programmi si appoggiano su “librerie” condivise tra tutti i programmi. Quindi un programma deve essere “impacchettato” per quella specifica distribuzione con quelle specifiche librerie. Sono le famose “dipendenze”. Per fare in modo che tutti i programmi vedano le loro “dipendenze” soddisfatte, li si impacchetta con degli aggeggi apposta che verificano tutti i collegamenti e li si mette nel “repository” da dove tutti poi li andranno a pescare per la installazione. Questo ha due conseguenze, primo che il sistema non viene modificato perché al massimo si aggiungono librerie che mancano ma non si possono ne rimuovere ne modificare le librerie condivise. A meno di farlo apposta e in quel caso vieni avvertito “attento, sto per rimuovere questo e quello”. Secondo, per introdurre un programma malevolo, oltre a chiedere all’utente di installarlo come “root”, devi inserirlo nel repository della distribuzione perché (quasi) nessuno prende programmi dall’esterno. Io ho dovuto fare una eccezione per TOR Browser che non è presente nel “repository” della distribuzione. Sarebbe lo stesso per Vivaldi.

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  1. Mi ricordo il “sudo”… che la prima cosa che ho pensato era che fosse voce del verbo sudare.
    Che cosa stupida vero?
    Ciao

    1. L’hanno pensato tutti gli Italiani.
      Però prima di “sudo” c’è “su” (substitute user). Il primo ti chiede la tua password di utente e con quella eleva i permessi per farti compiere quella operazione come “root” (oppure impersonando un altro “utente”). Il tuo utente deve fare parte del “gruppo sudo”. Il secondo invece ti chiede la password di “root” e da li in poi sei “root”.
      Durante la installazione classica, per esempio quella di Debian, prima crei “root” e poi crei “utente” che non fa parte del “gruppo sudo” quindi non può fare niente fuori dalla sua “home”. Invece la installazione di Ubuntu e derivate non crea nessun “root”, solo “utente” che però è dentro il “gruppo sudo” e quindi re-inserendo la sua password ottiene i permessi di amministratore. Ci sono pro e contro nelle due cose. Diciamo che usare “sudo” limitatamente al comando in questione espone meno a rischi di danneggiamento del sistema rispetto a usare “su” per diventare “root”.

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