Una nuova fase

Dal Corriere:

È necessario ora aprire al più presto una nuova fase: attenta, seria e responsabile nell’affrontare l’emergenza sanitaria ma altrettanto determinata a non provocare più danni al Paese di quelli necessari. Per le strade del Nord si incontrano solo cittadini, imprenditori e amministratori che vogliono riprendersi la normalità delle loro vite, del loro lavoro, delle loro serate di incontro e di divertimento. È urgente verificare punto per punto (aziende, musei, cinema, incontri, scuole, eventi e così via) cosa è possibile far ripartire, con le dovute attenzioni, regolarmente. Chi è più competente di noi ci dica cosa è possibile fare e cosa no. Chi ci governa lo deve agli italiani che non hanno voglia di vivere in un «mondo sospeso».

Che fastidio la forma impersonale tipica dei discorsi di maniera “è necessario, è urgente, si incontrano”. Cominciamo dal principio, non c’è nessuna “emergenza sanitaria”, nel senso che l’emergenza è un evento acuto che ha un inizio imprevisto, uno svolgimento repentino e una fine. Noi stiamo facendo i conti con una epidemia in progresso da mesi, che esiste come una delle tante conseguenze delle “nostra società aperte” descritte nel post precedente. Può essere una emergenza come i miei capelli bianchi. Chi “si incontra” nelle strade del Nord? Dei poveri scemi che hanno accettato supinamente che gli venisse imposta la “società aperta”, con tutte le conseguenze compresa questa. Cosa vogliono riprendersi? La “normalità”? E’ questa, la “normalità”. Quello che possono fare è ingoiare anche il virus cinese, che in termini concreti significa il collasso del sistema sanitario nel tentativo di curare gli ammalati, oppure lasciare che la natura faccia il suo corso e seppellire milioni di morti, diciamo il 5% della popolazione, che fa 2,5 milioni. Chi è più competente ci dica cosa è possibile fare e cosa no. Appunto. Non ti riprendi niente, tutto quello che hai è una gentile concessione. La cosa più spassosa è l’idea che il mondo prenda forma dalle voglie degli Italiani. Quante volte ho scritto del lavaggio del cervello che riduce l’individuo a eterno infante che concepisce la vita come inseguimento del godere? La misura delle cose sono le voglie. Ulisse varca le colonne d’Ercole in sfida agli Dei e noi invece abbiamo le voglie.

Ah, io non ho alcuna “patente” di esperto o di scienziato. Però non ci vuole nessuna competenza specifica per sapere che di fronte ad un virus altamente contagioso l’unica cosa che si poteva fare concretamente era imporre la quarantena a chiunque volesse entrare in Italia da qualsiasi direzione.

Questa unica azione utile era però incompatibile con la necessità delle “società aperte”, non a caso uno dei ritornelli che ci ripetono di continuo è quello circa i “muri” che devono essere abbattuti perché rappresentano il Male. Quindi, le autorità a cui gli Italiani si affidano come pecore hanno deciso che dovevamo passare attraverso questa ennesima ordalia pur di non mettere in discussione il dogma. Anche questo articolo del Corriere propone la stessa ricetta. Non è pensabile una “normalità” diversa da quella delle “società aperte”, quindi per “riprendere” la nostra “normalità”, lasciamo pure campo libero all’epidemia.

La domanda che mi faccio io è perché hanno messo in scena il tentativo di contenimento dopo che i buoi erano scappati dalla stalla e sopratutto sapendo che il virus continuerà a circolare nelle “società aperte” per mesi, anni, forse per sempre, cosi come circola liberamente qualsiasi altra cosa. Tra l’altro, circolano e circoleranno tutte le malattie, non solo questa.

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  1. Tutto giusto. E particolarmente vomitevole l’editoriale di Avvenire letto poco fa dalla rassegna stampa di sky. In sostanza l’editorialista prende spunto dal coronavirus per ( invece di prendere atto che è uno sconquasso del mondo “no border””) parlare di quanto siano cattivi “i muri” quando invece di essere noi ad ergerli, vengono rivolti contro di noi (dalle altre nazioni).

    Tutto questo mostra come da quelle parti (avvenire) il dogma no border sia così forte, ma così forte e così indiscutibile, da non poter essere messo minimamente in discussione anche di fronte a disastri come l’epidemia/pandemia coronavirus.
    Quos deus vult perdere prius dementat

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Vivaldi