Dare vuol dire arricchirsi

Ogni tanto la signora Maraini pubblica un editoriale delirante sul Corriere.

Sono editoriali che non hanno nessun contenuto di interesse e si potrebbero ignorare tranquillamente se non per due elementi. Il primo elemento è determinare il “valore” della “informazione”. Il Corriere conferma che è nulla, zero. La “informazione” non vale niente e nonostante questo, pretendono di farne un mestiere ben pagato. Il secondo elemento è che la signora Maraini realizza un esempio da manuale di ripetizione parossistica e patologica di slogan, stereotipi, ritornelli con cui i “media” stanno cercando di condizionare la gente ignara. Cominciamo dal sottotitolo:

Solo chi esalta il sospetto e l’intolleranza non riesce a capire che «dare» vuol dire invece arricchirsi.

Eh? La signora Maraini butta li questa “frase ad effetto” contando sul fatto che il lettore condivida con lei una quantità enorme di convenzioni. Cioè che sappia o presuma di sapere cosa significa l’espressione “chi esalta il sospetto e l’intolleranza” e quindi non le chieda di spiegarlo.

Io non condivido nessuna di queste convenzioni. Penso invece che i “progressisti”, gli ex-comunisti che qualche decennio fa sognavano di prendere il potere con le armi e ammazzare tutti i “padroni” per instaurare la “dittatura del proletariato” e che adesso sono funzionari delle Elite Apolidi, gli ex-democristiani sepolcri imbiancati, fuori immacolati come gigli e dentro luridi come fogne, siano il peggio del peggio, che siano una continua minaccia per me e per il mondo e quindi li odio, nel senso che vorrei che sparissero, che non esistessero.

Non ho alcun sospetto, ho delle certezze e non devo indagare per passare da sospetto a certezza, mi basta leggere la signora Maraini sul Corriere. La “tolleranza” è un concetto privo di senso per come ci viene venduto dal solito “storytelling”, cioè come sinonimo di “amore disinteressato per l’Umanità”, in realtà è il tipo di “tolleranza” che può avere qualcuno con una gamba maciullata mentre il chirurgo dell’ospedale da campo di una battaglia ottocentesca gliela amputa con una sega a mano o la “tolleranza” che deve sviluppare qualcuno messo in prigione con degli energumeni dediti alla sodomia.

D’altra parte, non si capisce perché qualcuno dovrebbe “esaltare” il “sospetto e l’intolleranza”. La signora Maraini usa la parola “esaltare” senza altra ragione che attribuire al “bersaglio” della sua invettiva una mentalità e un comportamento cattivo, disgustoso se non malato. Perché lei, la signora Maraini, nel suo editoriale non “esalta” il “dare” e lo “arricchirsi”, lei si limita a mostrare cose che sono ovvie per l’umanità moralmente e intellettualmente superiore. Sono gli altri gli “esaltati” ed “esaltanti”. Questi altri, subumani, non riescono a capire.

Non riescono a capire che “dare” vuol dire “arricchirsi”. Anche qui, confusione semantica mirata ad un lettore che non si fa nessuna domanda, che assume tutto per fede. Perché la signora Maraini non intende davvero il “dare” ma intende il “ricevere”, l’esatto contrario. La signora Maraini ci sta dicendo che ricevendo una intrusione, materiale o figurata, non facciamo un sacrificio ma in realtà otteniamo il godimento. Vi devo fare un disegnino?

… dando qualcosa di sé si esercita la propria energia, la propria vitalità …

Tornando all’esempio di cui sopra, se mi faccio segare una gamba o se mi presto alla sodomia dei carcerati, esercito la mia energia e vitalità. Perché la signora Maraini sta volutamente nel vago ma qui si parla della solita “accoglienza” che è un concetto tipicamente femminile e/o omosessuale. I Romani, spregevoli conquistatori, non a caso disprezzavano più di tutti quelli che si prestavano come “partner passivi”. Noi, che dobbiamo essere amorevoli conquistati, invece li esaltiamo. Eccoci alla chiosa:

Chi odia non sa che quando dedichiamo attenzione, affetto, riguardo e rispetto, tiriamo fuori la migliore parte di noi, e quindi entriamo in un ambito sacrale. La scuola per esempio, come istituzione è in forte crisi e non sa più dare niente, ma resiste e vive per la rete di insegnanti generosi che continuano a offrire tempo e attenzione. Ma cosa vuol dire dare nell’insegnamento? Semplicemente sapere creare un dialogo, ovvero usare la pratica dell’attenzione, della comprensione, dell’intelligenza affettiva verso l’altro, vuol dire attivare un processo di conoscenza che aiuterà sia l’alunno che l’insegnante e arricchirà la comunità nel suo delicato momento di crescita comune.

Prima assurdità: se io ignorassi la signora Maraini non significherebbe che la odio ma che la considero insignificante. Se non rispettassi la signora Maraini non significherebbe che la odio ma che ritengo che non meriti un secondo sguardo. Viceversa, se la odio e quindi vorrei che sparisse, che non esistesse, è perché la considero una minaccia, qualcosa da cui bisogna guardarsi. Allo stesso momento, nessuna di queste cose, ignorare o odiare, significa amare. I Milanesi che pagano i “rider” perché gli portino il mangiare a casa con la scatola legata alla schiena, non amano i “rider”, li ignorano come esseri umani e li usano come strumenti meccanici.

Seconda assurdità: la parte migliore di noi, perfino “sacrale”, consiste nel “darsi” perché solo quando “accogliamo” otteniamo il vero godimento. Si, è una contraddizione, perché se godi nel fare qualcosa è un dare per avere. Allora, la signora Maraini fa confusione apposta per evitare di dire qual è lo scopo del “dare”, che poi come abbiamo già detto, in realtà è un “prendere” mentre si “accoglie”. Perché questo scopo è cosi importante da essere “sacro”.

La “rete di insegnanti generosi” che offrono tempo e attenzione. Che tristezza. Come se non sapessimo che gli insegnanti fanno quel mestiere solo perché cercavano qualcosa che offrisse le garanzie del “posto pubblico” col minimo possibile di sbattimento e perché l’alternativa era la disoccupazione. Gli insegnanti non sono i migliori, ancora, purtroppo allo stato attuale sono i peggiori, gente che non potrebbe fare nessun altro mestiere. Certo, ci sono eccezioni ma questa è la “norma”, la “regola”. Poi, mi pare ovvio che gli insegnanti sono pagati per fare quello che fanno, principalmente tenere i ragazzi lontani da casa il più a lungo possibile perché i genitori non vogliono e non possono pensarci loro. A nessuno importa davvero dei ragazzi e di quello che imparano o non imparano.

Cosa vuol dire “dare” nell’insegnamento? Secondo me significa trasmettere informazioni e metodi per elaborare queste informazioni. Trasmettere conoscenza. Non significa affatto usare la pratica della comprensione, della “intelligenza affettiva verso l’altro”. Mi piacerebbe chiedere alla signora Maraini cosa significa “intelligenza affettiva”. Posso ipotizzare che significhi “compassione” o “simpatia”, cioè qualcosa tipo “condividere i sentimenti/sensazioni degli altri” oppure che significhi “tecnica di manipolazione del comportamento altrui”. Il “processo di conoscenza” è un retaggio della “scuola democratica” per cui non si trasmettono “cognizioni” ma si fa “esperienza di vita” e, ovviamente, essendo la scuola “democratica”, insegnante e alunno sono uguali, sono soggetti al “momento di crescita comune”. Vedi articolo nella colonna di destra sul perché gli studenti sono analfabeti.

Delirio totale.
Aggiungo una postilla. Mia nipote ha cominciato la Prima Media. La “rete di insegnanti generosi” ha imposto che i genitori le comprassero uno smartphone. Visto che sono “generosi” avranno senz’altro pensato di spiegare ai bambini di prima media cosa è uno smartphone, come funziona, a cosa serve, pregi e difetti, sopratutto i difetti. Invece no, zero, niente. Alla Scuola non interessa delle conseguenze dell’ignoranza, la Scuola è una fabbrica di ignoranti dove lavorano operai ignoranti. Si arrangino pure i bambini e le loro famiglie. Poi tanto c’è la “intelligenza emotiva” e il “momento di crescita comune”. Ci sarebbe anche da fare le considerazioni sul “classismo” che implica l’imposizione dell’acquisto di uno smartphone, che non è un oggetto economico e nello stesso tempo è anche fragile, a bambini che in realtà non ne hanno alcun bisogno. Ma qui si parlava del “dare”, no?

La stagnola sulla testa

Molti anni fa, quando suggerivo l’esistenza di un Piano di ingegneria sociale su scala planetaria, formulato da una Elite Apolide con risorse finanziarie illimitate e la follia o mancanza di scrupoli necessarie a realizzarlo, di solito mi veniva risposto che ero un pazzoide complottista come quelli che si mettono la stagnola in testa per bloccare il controllo del pensiero da parte delle “autorità”.

Ironicamente, è proprio quello che pensano di fare, come potete leggere nell’editoriale sull’uso di correnti elettriche applicate al cervello per cancellare i “pregiudizi”, che trovate a destra. La stagnola sulla testa non sembra più cosi ridicola, eh?

L’idea che sto portando avanti con la mia ricerca presso l’Istituto Italiano di Tecnologia è che questi stereotipi siano così instillati nella nostra mente che l’unico modo per cambiarli sia modificare i meccanismi biologici del cervello responsabili della generazione e controllo di tali stereotipi. In particolare, i miei studi sono volti all’utilizzo di una procedura, chiamata stimolazione cerebrale non invasiva: tecnica appartenente al campo scientifico delle neuroscienze. Le tecniche di stimolazione cerebrale non invasiva sono delle procedure considerate sicure che permettono, inducendo delle piccole correnti elettriche o magnetiche, di modulare i meccanismi attraverso i quali il cervello regola il nostro comportamento.

Ancora oggi, davanti al fatto che il Piano delle Elite Apolidi è evidente, la maggior parte della gente ancora non se ne accorge, perché disinformata e incapace di unire i puntini, oppure lo nega disperatamente forse perché non sopporta l’idea. Ecco un esempio:

Scalfari, nell’editoriale citato a destra.

La vera politica dei Paesi europei è quindi d’essere capofila di questo movimento migratorio: ridurre le diseguaglianze, aumentare l’integrazione. Si profila come fenomeno positivo, il meticciato, la tendenza alla nascita di un popolo unico, che ha una ricchezza media, una cultura media, un sangue integrato. Questo è un futuro che dovrà realizzarsi entro due o tre generazioni e che va politicamente effettuato dall’Europa. E questo deve essere il compito della sinistra europea e in particolare di quella italiana.

Il Papa, in una intervista pubblicata da Repubblica.

Si vuole bloccare quel processo così importante che dà vita ai popoli e che è il meticciato. Mescolare ti fa crescere, ti dà nuova vita. Sviluppa incroci, mutazioni e conferisce originalità. Il meticciato è quello che abbiamo sperimentato, ad esempio, in America Latina. Da noi c’è tutto: lo spagnolo e l’indio, il missionario e il conquistatore, la stirpe spagnola e il meticciato. Costruire muri significa condannarsi a morte. Non possiamo vivere asfissiati da una cultura da sala operatoria, asettica e non microbica”.

Leggendo questa intervista si può concludere solo che o il Papa è un pazzo che non si rende conto di quello che dice, oppure è sicuro che il lavaggio del cervello che è stato applicato fino a questo momento gli consente di dire le corbellerie più assurde ed essere preso sul serio.

Cominciamo con la prima menzogna: che il “meticciato” significhi una società unita, uniforme, felice, in pace, per contrasto con una società che coincide con una etnia prevalente, cioè il legame tra sangue e terra, che implica necessariamente conflitti interni ed esterni (le “guerre”, che paura). Il “meticciato”, fate una ricerca se volete, significa l’esatto contrario, cioè una società divisa in caste con alla base gli schiavi africani, in mezzo i nativi americani e al vertice i coloni europei. Tra queste caste principali ci sono le sotto-caste formate dagli incroci, sotto-caste che si collocano nella piramide sociale a seconda di quanto sono prossime alla casta principale. Cioè un incrocio tra europeo e nativo sta tra la casta degli Europei e la casta degli Amerindi. Un incrocio tra nativo e africano sta tra la casta degli Amerindi e la casta degli Africani. La divisione in caste, essendo determinata su base “razziale”, è rigida verso l’alto. Un membro della casta inferiore non sarà mai ammesso nella cerchia di una casta superiore. Questo ingenera un conflitto permanente e un ostacolo al funzionamento generale della società. Infatti tutte le società del Sud America non funzionano, sono bloccate in questo schema post-coloniale. Il Papa viene a raccomandarci di trasformare l’Europa nel Sud America, che è il paradiso terrestre.

Poi, continuando, bisognerebbe ricordare al Papa che “mescolare” di solito significa genocidio. Infatti il “mescolamento” del Sud America si è ottenuto quando poche centinaia di reduci della “reconquista”, guerra di secoli condotta dalle monarchie di Castiglia e Navarra contro i musulmani che occupavano la Spagna che si era appena conclusa quando Colombo intraprese il viaggio, piombarono sugli imperi del Sud America alla ricerca dell’oro. Questi “conquistadores” usarono tutti gli espedienti possibili, dalla tecnologia dell’acciaio e delle armi da fuoco contro gente che non conosceva arnesi di metallo, alla guerra biologica diffondendo epidemie, passando per il vecchio “divide et impera”, per determinare il collasso degli imperi e saccheggiarne i tesori. Le ondate successive furono di coloni, gente che voleva impossessarsi della terra invece che dell’oro. Impossessarsi della terra significa eliminare fisicamente chi ci abita, quindi gli Amerindi furono scacciati o sterminati. Ai coloni europei poi si propose la possibilità, in virtù di patenti speciali, di comprare schiavi africani dai mercanti arabi, nonostante la schiavitù fosse sostanzialmente abolita in Europa. Quindi le vaste terre sottratte agli Amerindi, ammazzandone quanti più possibile, furono ripopolate con gli schiavi africani, i quali, essendo considerati qualcosa tra la bestia e l’uomo, non rappresentavano una minaccia.

Costruire muri significa “condannarsi a morte”? Il Papa, da bravo immigrato, oltre a raccontare una storia del suo Paese che è ridicolmente edulcorata, sembra non sapere niente della Storia dell’Europa. In particolare potremmo citare la “Battaglia di Vienna“.

Il grosso dell’esercito ottomano investì Vienna ed i suoi difensori il 14 luglio. Il conte Ernst Rüdiger von Starhemberg, capo delle truppe superstiti (circa 20.000 uomini) rifiutò di arrendersi e si chiuse dentro le mura della città. La corte imperiale e gli ambasciatori presenti, presi dal panico, si diedero alla fuga. Drappelli di Tatari, talvolta di soli 3 o 4 uomini, arrivarono a 80 chilometri ad ovest di Vienna, saccheggiando e disturbando le comunicazioni, incendiando villaggi e fienili, radunandosi e disperdendosi a seconda delle condizioni locali, e diffondendo il panico secondo la più consolidata tradizione mongola.

Dato che le mura della città erano molto solide ed i cannoni ottomani piuttosto vetusti ed inefficaci, gli assedianti pensarono bene di minare le mura (come fecero già a Candia contro i Veneziani) anziché distruggerle a cannonate. Le trincee furono così prolungate fin sotto le mura dove vennero poste le cariche esplosive.

L’assedio fu ovviamente durissimo, con malattie, fame e morte all’ordine del giorno. Ormai il destino della città era segnato, e i Turchi aspettavano solo di penetrarvi, anche se loro stessi non sapevano se saccheggiare “la mela d’oro” (soprannome turco di Vienna) e passare lì l’inverno, oppure conquistarla ed annettere così l’Austria orientale al loro impero. Carlo di Lorena e i suoi uomini compivano numerosi movimenti in appoggio alla capitale, e disturbando (assieme alle sortite delle fortezze rimaste isolate alla frontiera) i rifornimenti ottomani.

Le forze della Lega Santa si riunirono così l’11 settembre sul Monte Calvo (Kahlenberg), pronte alla resa dei conti con gli ottomani. Nelle prime ore del mattino del 12 venne celebrata la Messa e la tradizione tramanda che Sobieski in persona prestò il proprio servizio all’altare. La battaglia ebbe inizio all’alba, subito dopo la messa celebrata da Marco d’Aviano.

falle nell’attacco cristiano, per altro mal condotto e mal organizzato perché nessuno dei generali cristiani era abituato a muovere eserciti così grossi, formati da una coalizione disomogenea per lingua e religione, e privi di un comando centrale organizzato, tuttavia le controffensive turche fallivano una dopo l’altra: se gli assalti si rivelavano infatti ben azzeccati e ben diretti, d’altro canto la mancanza di riserve, il caos nelle retrovie e l’assenza di ordini faceva sì che i turchi vittoriosi si ritrovassero circondati, e finivano con l’essere eliminati un po’ alla volta, in scontri molto violenti e molto confusi.

… l’esercito cristiano non aveva giocato la sua carta più forte: la cavalleria polacca. Nel tardo pomeriggio dopo aver seguito dalla collina l’andamento dello scontro 4 corpi di cavalleria (1 tedesca e 3 polacche) scesero all’attacco a passo di carica. L’attacco fu condotto da Sobieski in persona e dai suoi 3000 Ussari. La carica sbaragliò definitivamente l’esercito turco, mentre gli assediati uscirono dalle mura per raggiungere i rinforzi che già inseguivano gli ottomani in rotta.

Come già per la Battaglia di Poitiers e la Battaglia di Lepanto, la Battaglia di Vienna ebbe un profondo significato religioso. … Papa Innocenzo XI, per ringraziare Maria Santissima della vittoria contro i turchi, proclamò la festa del Santissimo Nome di Maria il 12 settembre. … Nei due mesi di assedio, Marco d’Aviano (frate cappuccino) incoraggiò e confortò i soldati e il popolo viennese, esortandoli ad affidarsi alla Madonna e invocando da Lei la salvezza mediante la preghiera del Rosario.

A questo proposito, chissà se Salvini lo fa di proposito di invocare la Madonna come facevano i combattenti cristiani nell’antichità o se gli è uscito per caso. Infine, il Papa dice che la nostra “cultura” non deve essere “anti-microbica”. Poverino. Ma va? Indovina un po’ chi sono i “microbi” di questa metafora. I microbi non sono “perseguitati” per cattiveria, povere creature di Dio, sono eliminati il più possibile perché sono parassiti che si introducono in un organismo e si riproducono a sue spese. Quando l’organismo reagisce e prova ad espellerli, i “microbi” producono dei veleni, le tossine, che possono causare la morte dell’organismo. Poi certo, l’organismo morto viene mangiato da altri organismi e dalla morte nasce la vita, tuttavia nessun organismo muore volentieri. Nemmeno il Papa, scommetto.

Libertà di stampa

Ovvero, della confusione mentale.
Leggo su Repubblica:

… ogni volta che i giornalisti sono stati imbavagliati, è stata imbavagliata anche la democrazia. Un tempo si faceva con le leggi, oggi ci pensano i ladri del web che uccidono le imprese editoriali con l’idea malata che l’informazione debba essere gratis.

Cito Wikipedia alla voce Esproprio Proletario.

In Italia la nascita degli espropri proletari si deve alle lotte di alcuni gruppi della sinistra extraparlamentare che negli anni settanta portarono avanti una politica di “riappropriazione”, alla cui base vi è la questione del valore prodotto dal lavoro degli operai: con l’esproprio proletario la classe operaia si sarebbe riappropriata dei beni e servizi che produce ma di cui è privata dal sistema del mercato. La riappropriazione riguardava non solo i beni di prima necessità. Spesso venivano colpiti negozi d’abbigliamento, librerie e negozi di dischi. Più in generale si poneva quindi il problema del carovita e dei bisogni materiali che le fasce popolari della società (in particolare il proletariato e il sottoproletariato urbano) non riusciva a soddisfare a causa del basso reddito. Il picco di espropri proletari si ebbe durante il movimento del 1977, che diede vita anche alla campagna più intensa di autoriduzioni.

La riproposizione più eclatante di questo tipo di espropri è avvenuta il 6 novembre 2004 a Roma da parte di attivisti dei centri sociali e disobbedienti in occasione del grande corteo contro la precarietà organizzato per quella data. In particolare l’azione, ribattezzata dal leader dei disobbedienti Luca Casarini “spesa proletaria”, riguardò il centro commerciale Panorama nel quartiere di Pietralata e la libreria Feltrinelli di Largo Argentina.

Casarini, quello che la “stampa” ci propone come filantropo che naviga per il mare a salvare i “profughi” che fanno “naufragio” o che ci descrive tormentato da una incipiente conversione al Cattolicesimo di Papa Francesco. Continua l’articolo di Repubblica:

… denigrare il nostro lavoro: cioè che i giornali in realtà non sono liberi perché obbediscono solo ai loro padroni. “Con la libertà di stampa i giornali pubblicano solo ciò che vogliono veder stampato le grandi industrie o le banche, le quali pagano il giornale”: così rispose Benito Mussolini nel 1932 allo scrittore Emil Ludwig che lo intervistava.

Questo argomento non ha niente a che fare con i “ladri del web”. Si tratta invece di decidere due cose, se i “giornalisti” scrivono la “verità” o piuttosto lavorano per condizionare l’opinione pubblica alle tesi che fanno comodo a chi li paga, che sia la proprietà del giornale o gli inserzionisti, se il lavoro dei “giornalisti” abbia un valore, cioè se il modo in cui scrivono e gli argomenti che trattano abbiano un valore diverso da quello che chiunque oggi può scrivere e pubblicare tramite Internet.

Quello che diceva Mussolini è palese.
Solo che a quel tempo non esisteva la possibilità da parte dei singoli cittadini di fare “controinformazione”, quindi la parte mancante del ragionamento di Mussolini è che per garantire che la “informazione” non consista semplicemente nella comunicazione delle grandi industrie e delle banche, che pagano, lo Stato deve intervenire. Non è diverso, concettualmente, dal famoso “contributo statale all’editoria“.

Ora, è altrettanto palese che in un regime autocratico lo Stato sostiene l’editoria che appoggia l’autocrate e reprime o sopprime l’editoria che lo contrasta. Questo però non è diverso in una “democrazia” come quella italiana, se alla parola generica “Stato” sostituiamo la parola “partiti”. Notoriamente, quello che è successo nella storia repubblicana è che i partiti hanno “lottizzato” la “informazione”, sia quella finanziata dal denaro pubblico, sia quella finanziata da grandi industrie e banche, per via del meccanismo della azione di “lobbying” o dei “gruppi di interesse”. Quindi c’erano “giornalisti” che scrivevano per compiacere uno e altri “giornalisti” che scrivevano per compiacere l’altro, spesso e volentieri con tesi contrapposte, senza curarsi di cosa fosse “vero” e cosa fosse “falso”.

Il fatto che la “informazione” sia artefatta nell’interesse di Caio è diverso dal fatto che la “informazione” sia artefatta nell’interesse di Pippo, Paperino, Topolino e Paperoga?

Le cosiddette “fake news”.
Chi decide se uno scritto pubblicato in un modo qualsiasi, che sia un volantino stampato col ciclostile come negli Anni Settanta o un post su un blog, contiene “fake news”? Facciamo un caso celeberrimo: quando si trattò di invadere l’Iraq di Saddam Hussein la Amministrazione americana mise in piedi una campagna di comunicazione planetaria che sosteneva la necessità di rimuovere il dittatore iracheno perché questi stava preparando le “armi di distruzione di massa”. Mandavano in giro per il mondo degli emissari “autorevoli”, generali e funzionari, a mostrare documenti, immagini, elaborazioni come “prove” delle loro asserzioni. Tutto questo avveniva mentre ispettori ONU, inviati in Iraq, asserivano di non avere trovato traccia di queste fantomatiche “armi”. Alla fine ci fu la guerra, l’Iraq fu invaso, Hussein condannato a morte, varie vicende religiose, etniche e tribali complicate che gli Americani non sono mai riusciti a gestire e le “armi di distruzione di massa” non esistevano. Erano tutte balle e si giustificarono dicendo di essere stati mistificati da rapporti sbagliati dei Servizi Segreti.

Potrei fare cento esempi legati alla cronaca italiana in cui la “stampa” ha fatto da amplificatore di emerite balle e anche facilitatore di truffe e imbrogli ai danni degli Italiani, sempre generati dall’abbinamento maligno tra i “partiti” e i loro referenti delle grandi aziende e delle banche. Anzi, da quando esiste la Repubblica, oltre grandi aziende e banche abbiamo anche avuto potentati stranieri da cui i “partiti” erano eterodiretti, facciamo il caso della CIA per la DC e del KGB per il PCI e la “editoria” lavorava per compiacere l’uno o l’altro, non nell’interesse del “lettore”, cioè degli Italiani, ne in nome della “verità”. Oggi è la stessa cosa.

Aggiungo un’altra considerazione: i “giornalisti” non sanno scrivere. Non scrivono meglio, ne da un punto di vista meramente tecnico, ne dal punto di vista della speculazione filosofica, dei contenuti, di una persona qualunque dotata di un livello di istruzione medio.

Ne consegue che se la “stampa” non ha nessuna “autorevolezza”, perché diamo per scontato che pubblichi le cose che fanno comodo a chi paga, cioè in termini semplici il “giornalista” attacca il ciuccio dove dice il padrone e se tecnicamente gli scritti non sono qualitativamente diversi da quello che chiunque è capace di scrivere, non c’è niente da “denigrare”, il “lavoro” del “giornalista” effettivamente non vale nulla.

Non è un caso che il desiderio di rimettere il dentifricio di Internet dentro il tubetto dell’editoria è condiviso tra gli “addetti del settore” e la “politica”. Non perché il Web consente ai “ladri” di ripubblicare illecitamente contenuti idealmente protetti da “copyright” ma perché il Web consente a chiunque di scrivere e pubblicare, mostrando facilmente che il re è nudo, cioè che i “giornalisti” sono prezzolati e che i “politici” mentono.

Ripeto l’ovvio: i “giornalisti” sono prezzolati e i “politici” mentono.
Volendo si può aggiungere anche l’aggettivo “mediocri” per gli uni e per gli altri.

Macron incontra Conte

Se fossimo in un film di fantascienza, penserei che Macron e Conte siano due androidi. Due automi costruiti a perfetta imitazione di una persona per ingannare il pubblico.

Siccome siamo nel “mondo reale”, penso che le loro persone siano distinte dal personaggio che interpretano e questo personaggio è stato costruito dal nulla da qualche team di strateghi del marketing dietro richiesta delle famose Elite Apolidi, per poi essere venduto tramite i “media” asserviti.

Una operazione del genere, cioè creare “lo statista” dal nulla, un giorno prima nessuno lo conosce e il giorno dopo tutti i giornali te lo presentano come il Messia, è possibile solo nella certezza che la memoria e la capacità di giudizio della gente sono nulle, spazzate via dal condizionamento. Altrimenti, non si spiegano assurdità come questa dichiarazione di Macron:

Dobbiamo poter difendere il diritto d’asilo, che fa parte spesso delle nostre Costituzioni, ma garantire anche che coloro che non hanno diritto all’asilo vengano rimpatriati il prima possibile nel loro Paese di origine. La volontà comune è di avere, a livello europeo, una maggiore cooperazione e una politica più efficace nelle riammissioni verso i paresi d’origine

Fa finta di non sapere, l’androide Macron, che lo “asilo” era originariamente pensato per chi era perseguitato da un regime totalitario, segnatamente l’Europa comunista. Non aveva lo scopo di accogliere l’intera popolazione di qualsiasi luogo del mondo dove le condizioni di vita non sono analoghe a quelle europee, come per altro sostiene il signor Grasso di Liberi e Uguali. Inoltre, Macron fa finta di non sapere che sono pochissimi gli immigrati che si qualificano come “rifugiati”. Decine di milioni di immigrati sono venuti e continuano a venire in Europa perché convinti che sia la terra del Bengodi. Dato che sono milioni, nessuno viene rimpatriato e a lui basterebbe farsi un giro per Parigi per constatare che gli immigrati arrivano per restare e sostituiscono gli autoctoni in virtù della demografia. Poi, è veramente schifosa l’idea di richiamare gli immigrati con la promessa della “accoglienza” e poi minacciare il rimpatrio.  Per quanto abbiamo a che fare con gente senza alcuno scrupolo, il fatto è che una delle due cose necessariamente è una menzogna e allo stato attuale mi pare ovvio che sia la possibilità di rimpatriare gli immigrati. Una cosa che si promette sapendo che è una balla, solo per illudere la “opinione pubblica” rincitrullita che l’immigrazione sia in qualche modo “gestita” o “controllata”.

I giornalisti.
Semplicemente si prostituiscono senza ritegno e senza rimorsi. Altrimenti non pubblicherebbero certe apologie ridicole e invece farebbero domande, indagherebbero, scoperchierebbero i Vasi di Pandora. Le grandi inchieste sono quelle del figlio di Salvini che fa il giretto sulla moto d’acqua insieme ad un poliziotto o su come si veste la sua morosa.

Intanto il Corriere scarica un po’ di scemenze:

Migranti, record di arrivi dall’Africa: 300 in 3 giorni sui barchini

L’immigrazione è reclutata tramite la propaganda nei villaggi, è gestita tramite organizzazioni che si occupano della logistica e dei trasporti. Non c’è niente di “spontaneo”. I “barchini” non portano gli immigrati dall’Africa, vengono usati solo per il trasbordo dalla “nave madre” alla costa. Quindi gli immigrati arrivano in vista delle coste italiane su imbarcazioni di una certa dimensione che nessuno vede. E’ il metodo più sicuro per gli immigrati ma più costoso e rischioso per i contrabbandieri. Che lo adoperano ovviamente nella ragionevole certezza che nessuno li fermerà.

Ecco cosa è cambiato col secondo Governo Conte. Nessuno li ferma e nessuno li vede. Il Corriere ci racconta dei “barchini” e morta li.

I dialoghi

Dialogo e indifferenza.

Nel dialogo si confrontano due tesi. Si può dare il caso che una delle due sopprima l’altra o che entrambe non sopravvivano. Il dialogo non serve a fare coesistere allegramente le due tesi, non serve alla “tolleranza”, alla “accoglienza” e alla “integrazione”, non serve a creare il “meticciato”, il “popolo unico” con caratteristiche medie. Quello si ottiene con il vuoto, il nulla della indifferenza.

La parola “rispettare” significa letteralmente “riguardare”, “guardare un’altra volta”, “ricontrollare”, cioè considerare che una cosa è di importanza vitale nella vostra vita. Come quando partite per le vacanze e controllate di avere chiuso il gas.

Io rispetto le persone che hanno dimostrato talento e virtù, rispetto le idee che descrivono l’universo meglio delle altre. Non rispetto le persone per il solo fatto che esistono e non rispetto le idee che non funzionano.

Nella colonna di destra trovate l’articolo della signora Ronchey, pubblicato da Repubblica. Se lo leggete, facendo la tara della necessità da parte dell’autrice di trovare qualche scusa per la cosiddetta “sinistra”, trovate descritte le ragioni per cui le persone oggi non hanno idea di cosa sia un “dialogo”.

Fin dall’inizio degli anni ’70 del secolo scorso, nel nome della cosiddetta democratizzazione della cultura, si assisteva a fenomeni bizzarri.
[…]
un nuovo genere di analfabetismo — condizione che, com’è noto, aiuta ad opprimere e dominare le masse, non certo a promuoverne l’autodeterminazione o la coscienza politica — la cui caratteristica saliente è convincere illusoriamente chi ne è soggetto di essere invece in possesso della cultura.

Nell’articolo la signora Ronchey racconta delle ragioni per cui gli studenti italiani sono semi-analfabeti e cosi i diplomati e i laureati, specie delle regioni del Sud, dove alla tara della “democratizzazione” si aggiunge quella della “arretratezza culturale lamentosa e furbescamente compiaciuta”, parte necessaria del meccanismo della clientela e dell’assistenzialismo.

Rispetto delle opinioni.

Il concetto espresso sopra secondo me va corretto. Non si tratta solo di convincere la gente di essere in possesso di “pseudo-cultura” ma di inculcare quel riflesso condizionato che nella mia vita mi sono sentito ripetere allo sfinimento, il “rispetto delle opinioni”, che presuppone, come detto nei post precedenti, l’idea che non esista “giusto” e “sbagliato” oppure “vero” e “falso”, perché questa è una “logica binaria” inadeguata a rendere conto della “infinita complessità” del “reale”.

Quindi, una scoreggia vale tanto quanto una sinfonia, Kant vale tanto quanto un “tweet”, chiunque può dire e fare qualsiasi cosa e vale tanto quanto chiunque altro che dice e fa qualsiasi altra cosa.

Il risultato è che la gente cerca, pretende la conferma e la rassicurazione. Il fatto di affermare una tesi e contrapporla ad altre tesi è impensabile, è offensivo, è maleducato. Tutte le tesi devono essere contemporaneamente giuste e sbagliate, vere e false, non si devono confrontare cercando di sopprimere una in favore di un’altra, ci si deve sforzare in tutti i modi di farle coesistere.

Allora, l’unica discriminante che consente alla gente di prendere piccole decisioni e condurre le proprie vite è semplicemente il conformismo. Fare quello che fanno tutti. Se è offensivo e maleducato contrapporre una tesi alle altre, è inconcepibile assumere comportamenti difformi, non adeguarsi. Adeguarsi alle “mode” e le “mode” sono direttive che calano dall’alto. Nessuno deve andare a vedere cosa c’è dietro, nessuno deve cercare di togliere il velo che nasconde la verità. Nessuno deve cercare altre informazioni, nessuno deve elaborare con la propria testa.

Ecco un esempio risibile ma illuminante: fotografia della ragazzina Greta all’arrivo in America dopo la traversata compiuta sulla barca da regata del principe di Monaco. Mi informano che c’è una “polemica sui social” perché nella foto si vede una bottiglietta di plastica appesa alla parete dietro Greta. Si tratta di un condizionamento che prevede stimolo e reazione automatica. Non solo nessuno del “pubblico” ragiona sulla faccenda inconsistente della “plastica” che “uccide i mari”, nessuno ragiona sulla figura costruita dai “media” di Greta. La cosa veramente paradossale è che nessuno del “pubblico” guarda la foto e si rende conto che tutto quello che si vede, tranne Greta, è di plastica. Le pareti sono di plastica, tutti gli oggetti, i vestiti e cosi via. Il “pubblico” reagisce come un automa alla bottiglietta perché quello è il “trigger”, lo stimolo a cui è condizionato a reagire. La cosa è insieme fabbricata dal condizionamento dei “media” e amplificata.

Riassumendo, il problema dei giorni nostri è che la gente è obbligata alla ignoranza di proposito. Non basta, è anche condizionata a rifiutare qualsiasi cosa possa mettere in dubbio le proprie “pseudo-convinzioni”, che altro non sono che assoluto e istintivo, automatico, conformismo. Il condizionamento è tale che qualsiasi aggressione ai concetti viene vissuta come una aggressione alla identità personale, quindi scatta una reazione difensiva parossistica, irrazionale.

In cretinetti è convinto di essere un padreterno perché, per definizione, lui e Kant e lui e Mozart sono “uguali”. Cosa ci insegna la “arte” contemporanea? Il Corano e il “trap”. D’altra parte, non gli può capitare di essere messo davanti al fatto che non è uguale a Kant o Mozart perché la verifica è offensiva, maleducata, discriminatoria, “fobica”, patologica, quindi non può accadere. Il cretinetti, fintanto che si uniforma, è “uguale”, quindi è perfetto.

Politica sovranista

Treccani, dizionario:
sovranismo s. m. Posizione politica che propugna la difesa o la riconquista della sovranità nazionale da parte di un popolo o di uno Stato, in antitesi alle dinamiche della globalizzazione e in contrapposizione alle politiche sovrannazionali di concertazione.

Editoriale del signor Buccini sul Corriere:
Il (non scontato) declino della politica sovranista

Ogni volta che leggo questi editoriali rimango sorpreso constatando che non valgono niente, perché sono una raccolta di stereotipi, luoghi comuni, menzogne e paradossi, eppure evidentemente c’è gente che viene pagata per scriverli. Poi, ripensandoci, mi rendo conto che la ragione d’essere di questi editoriali non è quella di informare il lettore ma di contribuire al condizionamento, la lavaggio del cervello, che serve a imprimere nella gente la “nuova normalità” del Mondo Nuovo che preme agli azionisti e inserzionisti del Corriere e ai loro referenti delle Elite Apolidi.

La tesi dell’editoriale è:
Le forze «anti-sistema» sono capaci di dare voce ai problemi ma si dimostrano alla fine inadatte a risolverli in società contemporanee complesse.
[…]
I sovranisti, è vero, hanno evidenziato fin qui il paradosso che può annientarli: sono capaci di dare voce ai problemi ma si dimostrano alla prova del nove inadatti a risolverli in società complesse come quelle contemporanee. Le loro risposte binarie non reggono alla prova dei fatti, si schiantano su contrappesi, parlamentarismo, necessaria competenza di chi è chiamato a decidere. Però proprio nella risposta semplice (e comprensibile) sta ancora la chiave emotiva del loro successo.

Ci sono un trucco di prestigio e una menzogna in questa tesi.

Lo spontaneismo.

Il trucco consiste nell’instillare nel lettore il convincimento che i “problemi” esistano nel vuoto, siano delle categorie astratte e che la loro trasposizione nel “mondo reale” sia o un fatto meramente accidentale, come un una grandinata, oppure la applicazione inevitabile delle leggi universali. In realtà i “problemi” per qualcuno sono “opportunità” per qualcun altro e per questa ragione si determinano come conseguenza di strategie disegnate a tavolino e applicate con spietato cinismo. Tutti i “problemi” della contemporaneità sono conseguenza della “globalizzazione” pianificata e realizzata a partire dagli Anni Settanta dalle Elite Apolidi e dai loro accoliti e funzionari.

La infinita complessità.

La menzogna invece è di tipo “culturale”. Consiste nel sostenere la tesi ridicola che la “realtà” sia “infinitamente complessa” quindi qualsiasi ragionamento non può che essere ugualmente “infinitamente complesso”, cosi complesso che può appartenere solo dalla “divinità onnisciente” e ai suoi “profeti”. Guarda caso, i “profeti”, che sono gli unici dotati dalla dote soprannaturale di abbracciare col loro pensiero la “infinita complessità”, sono gli accoliti e i funzionari delle Elite Apolidi. Tutti gli altri devono stare a cuccia ed eseguire gli ordini se vogliono la scodella di pappone. Come i cani.

Su un piano pratico, le “risposte binarie” sono quelle che fanno funzionare tutti gli aggeggi elettronici, anche i più sofisticati, lo 0 e lo 1 del “linguaggio binario” è quello che genera la tanto citata, a sproposito, per inciso, “intelligenza artificiale”. Perché l’editorialista o non comprende o cerca di nascondere una considerazione  semplice, le “risposte binarie” sono potenzialmente infinite, in una sequenza. Possono esistere infinite sequenze parallele di “risposte binarie”.

In realtà qui si dice una cosa ma si intende tutta un’altra. Quello che si vuole sostenere è che non esista “giusto” e “sbagliato”, quindi qualsiasi affermazione sia contemporaneamente “vera” e “falsa”, questo ha due conseguenze pratiche: la anti-morale, che è il principio con cui le Elite Apolidi stanno demolendo lo “occidente” e la paralisi di chi non può decidere e quindi non può agire, che impedisce una qualsiasi autonomia e quindi reazione.

La disumanizzazione.

In un mondo dove «caratteristiche intrinseche degli umani – paura, dolore e risentimento – sembrano avere di nuovo invaso la politica»

Come sopra, i “sovranisti” sono degli psicopatici incapaci di intendere e volere, mossi da “paura, dolore, risentimento”, invece che dalla “scienza” di questi “dottori”, vicini a Dio quindi “illuminati”, semi-divini, al disopra delle umane debolezze. I “sovranisti”, più bestie che uomini, non capiscono la “infinita complessità” quindi reagiscono come il cane idrofobo che morde la mano di chi amorevolmente lo nutre. La cosa veramente ridicola e insieme fastidiosa è che questi scagnozzi poi sono quelli che da cent’anni fanno i grandi discorsi su Spartaco e la rivolta degli schiavi.

Potete fare questi discorsi solo perché siete riusciti a storpiare le menti di milioni di Italiani e di Europei e altri milioni li avete ridotti di proposito all’ignoranza del semi-analfabeta. Proprio perché il vostro gioco è pensato per gente che è impossibilitata a capire e reagire, non funziona con tutti. Di sicuro non funziona con me.

Nel post precedente ho scritto sulle motivazioni e i referenti del nuovo governo. Sulla normale amministrazione, quello che succede fuori dalla porta delle “segrete stanze”, ecco che Il Corriere ci presenta una gustosa scenetta. Penserete che sia un caso, che il Corriere ci spiega la fine della “politica sovranista” e nel mentre ci mostra la zuffa per gli avanzi tra i miserabili. Non è un caso, il signor Conte è stato “nominato” dal M5S ma una volta li ha pensato bene di accreditarsi presso le “cancellerie europee” e contemporaneamente di proporsi come “cavallo di troia” al PD. Adesso si tratta di finire il lavoro con il collasso del M5S per fare tornare la “base” all’ovile cattocomunista da cui si è inopportunamente allontanata. Non è difficile, basta procedere con lo “storytelling” su quanto siano “saggi e illuminati” gli esponenti del PD e quanto siano ben intenzionati ma miserabili, quindi incapaci come i “sovranisti” di afferrare la “infinita complessità” e “risolvere i problemi” quelli del M5S.