Aboliamo la professione del giornalista

Ci sono tre ragioni evidenti per cui dobbiamo abolire il “giornalismo”.

1. I “giornalisti” non sanno scrivere, non hanno alcuna professionalità.
2. I “giornalisti” scrivono quello che gli viene detto di scrivere da chi li paga, anche quando quello che scrivono è contro la morale, la logica, l’interesse pubblico, non hanno una coscienza.
3. I “giornalisti” sono fondamentalmente ignoranti e, per le ragioni di cui sopra, cioè che non gli viene richiesta ne professionalità ne coscienza, non si prendono il disturbo di documentarsi sull’argomento che trattano nei loro “pezzi”. Nemmeno, per dire, consultare Wikipedia.

Vi faccio due dei millemila esempi che scorrono quotidianamente nei “media”.

Terremoto in Francia, il giornalista scrive “paura si ripeta un altro caso Fukushima”. In realtà il giornalista dovrebbe sapere che i reattori nucleari non soffrono, come le stamberghe dei nostri tanto amati “borghi medievali”, di problemi di statica, sono praticamente indistruttibili, anche nel caso che qualche pazzoide cercasse di demolirli con una bomba. Il guaio è tutto un altro, cioè che non sono “intrinsecamente sicuri”, cioè in parole povere, una volta attivati, non si spengono da soli, come succede ai motori a cui siamo abituati che si arrestano con un interruttore.

Nel caso di Fukushima il terremoto non fece alcun danno e la procedura di emergenza arrestò correttamente la “fissione” all’interno dei reattori. Dopo l’arresto, anche in assenza di “fissione”, il reattore continua a sprigionare un “calore residuo” che deve essere rimosso con un raffreddamento forzato, quindi con delle pompe. Venuta a mancare la corrente nella rete di distribuzione, entrarono in funzione dei generatori diesel, collocati in un seminterrato. Poco dopo arrivò lo tsunami che, superato qualsiasi ostacolo tra la costa e i reattori nucleari, allagò i locali di servizio e fermò i generatori. L’arresto dei generatori fermò le pompe che facevano circolare il refrigerante (in questo caso, per doppia sfortuna, il refrigerante era la stessa acqua usata per le turbine) e il “calore residuo” dei reattori “spenti” cominciò a salire, innescando tutta una serie di eventi catastrofici.

Quindi, non fu il terremoto a causare il disastro ma l’allagamento dei locali dei generatori di emergenza. Inoltre, il problema con qualsiasi reattore nucleare di quelli attualmente in uso è che, qualsiasi sia la ragione che imponga un arresto, non si possono “spegnere”.

Altro esempio, la attuale “emergenza” della “acqua alta” a Venezia. Ovviamente e inevitabilmente leggo su Repubblica la invettiva sui “cambiamenti climatici”. Si gioca sulla idea assolutamente falsa che Venezia si allaghi per via dell’innalzamento del livello del mare. In realtà Venezia fu costruita in origine in un contesto palesemente inadatto all’insediamento umano, quello della laguna, perché è un contesto che per sua natura è sempre in equilibrio precario. I primi abitanti scelsero quella collocazione per sottrarre il villaggio alle incursioni di malintenzionati, accettando gli inconvenienti di una condizione precaria, fondata su acqua e melma, in cambio di una certa “sicurezza”. E’ esattamente la stessa cosa dei paesi costruiti sul cucuzzolo di una collina, facile da difendere ma col tempo soggetto alle inevitabili frane.

Le “maree” sono un evento perfettamente naturale, come del resto le piene dei fiumi. La “natura”, perdonate la figura retorica che uso per comodità, non si preoccupa dei “cambiamenti”, anche drastici, anzi, la vita sulla Terra dipende proprio dal fatto che si scatenano trasformazioni violente tra stati di “potenziale” molto diverso. Le montagne non sono sempre state li, una volta erano la costa di un continente o il fondo di un mare e si sono alzate quando due “placche continentali” si sono mosse scorrendo una sopra l’altra.

Venezia si allaga in maniera eccezionale quando alla normale marea, che nel Mediterraneo è molto meno sensibile che negli oceani, si combina al vento da Sud che spinge l’acqua verso l’interno della laguna.

La marea è causata dalla attrazione gravitazionale della Luna che solleva il mare quando passa vicino alla Terra. Il vento altro non è che la circolazione dell’aria tra due zone a pressione atmosferica differente. I due fenomeni principali che causano il movimento dell’aria sono la rotazione della Terra e la differenza di temperatura, dovuta al diverso irraggiamento solare, tra l’Equatore e i Poli.

L’andamento delle “maree” che pompano l’acqua dentro la laguna e poi la fanno defluire in mare, è quello che in origine consentiva il ricambio e la vita invece che la stagnazione e la morte, oggi è quello che porta via le acque sporche dalla città. Una città che, come tutte le cose dell’universo, non è ne “fissa” ne “eterna” ma cambia di continuo e come tutti le cose umane, nasce, vive e muore.

L’altro giorno leggevo del nuovo Ponte di Genova, che secondo Renzo Piano durerà “mille anni”. Ecco, si, spostiamo tutto nel mondo delle divinità egizie, per essere seri. Il ponte precedente è durato cinquant’anni, quante possibilità ci sono che questo duri 20 volte tanto? Poi, a parte la risibile durata meccanica del manufatto, che destinazione d’uso potrà avere tra cento, invece che mille anni? Mentre a Genova si farnetica di “ponti eterni”, che comunque si costruiscono solo dopo avere ammazzato quaranta persone perché anche il ponte di prima doveva essere “eterno”, a Venezia non si fa nulla perché, al netto del solito malaffare, qualsiasi manufatto aggiuntivo è “male” perché va a modificare la “natura”.

Torniamo ai “giornalisti”. Sono tragicomici strumenti usati per indurre nel “pubblico” una “anti-cultura” fatta di informazioni false e di ragionamenti irrazionali.

Le grandi menzogne: la “natura”

Premesso che vi raccomando la lettura dei post precedenti, che siamo veramente toccando il fondo.

Il nulla sul Corriere:
Il pontile che biancheggia sul laghetto è una «cosa» fatta dagli uomini e ripresasi dalla natura: le foto da novembre 2018 a oggi.

Un falso. Non ha importanza di per se quanto per la solita storia della trasfigurazione della realtà attraverso lo “storytelling”, cioè un racconto fatto di menzogne e paradossi che serve a sostenere la “nuova normalità” del Mondo Nuovo.

Prima cosa, ecco come mi ricordo la campagna lombarda della bassa Brianza di quando ero bambino.

Campi a perdita d’occhio separati da filari di alberi in corrispondenza di viottoli, rogge o di canali di irrigazione e questa era la “natura”. Per chi non lo sapesse, la differenza tra la campagna a nord di Milano e a sud di Milano sta nel fatto che a Nord la campagna, in pendenza verso Milano, è relativamente povera d’acqua, tanto che esiste(va) una rete capillare di irrigazione. Ma è sempre stata una campagna relativamente “povera”, per cui da sempre la Brianza ha una necessaria vocazione “manifatturiera”, sostenuta da una rete di trasporti, inizialmente ferroviaria e poi viaria, che la attraversava collegando il Varesotto, il Comasco e il Lecchese con Milano.

Il Parco Nord Milano fu realizzato piantumando ex-novo nella prima metà degli anni Ottanta i campi rimasti liberi dagli edifici nella terra di nessuno tra i Comuni di Milano, Bresso, Cusano Milanino, Cormano, Cinisello Balsamo, Novate Milanese e Sesto San Giovanni, in un’area dove c’era un po’ di tutto, l’antico stabilimento Breda Areonautica, un piccolo aeroporto, una discarica, vasche per scarichi fognari, l’autostrada, un ospedale, un “centro scolastico omnicomprensivo”, eccetera.

Da bambino non ci andavo mai, come ho detto era “terra di nessuno”. A quei tempi giocavamo in strada, tra i palazzi e l’unico “verde” era quello delle aiuole. Quando si andava in gita, il parco più vicino era il Parco della Villa Reale a Monza. Da ragazzo, dopo la Maturità, andavo di tanto in tanto a visitare il “nuovo” parco, che allora si presentava come una distesa di piantine alte un paio di metri disposte in intervalli regolari su una terra argillosa e viottoli polverosi d’estate e fangosi in inverno. Mano a mano che le piante crescevano, furono aggiunte tutte le attrezzature di un parco urbano, panchine, vialetti asfaltati, illuminazione, fontane, eccetera. Di recente, con grandi spese, sono stati realizzati dei laghi artificiali che recuperano l’acqua originariamente portata per l’irrigazione dal Canale Villoresi che taglia la bassa Brianza da Ovest ad Est poco più a nord del Parco.

Le fotografie che ci mostra il Corriere sono suggestive ma suggeriscono una realtà che non esiste, come sa benissimo chi frequenta il posto. Mostrano la riva nord del lago artificiale che si trova nella zona “Niguarda” del Parco e le piante si trovano in una striscia di quattro o cinque metri, dietro la quale c’è un vialetto pedonale, da cui si accede a due “pontili” come quello al centro dell’immagine, poi un’altra striscia di prato falciato, un filare di alberi e un vialetto asfaltato con le panchine. Tutto quello che si vede non solo è completamente artificiale ma viene attivamente mantenuto dai giardinieri, cioè l’erba falciata, le piante potate, abbattute, rimpiazzate. La riva del lago non è “naturale” ma consiste in uno scalino di calcestruzzo, interrotto da zone dove la terra e le piante entrano nell’acqua per consentire alle papere e altri animali che si sono abituati a vivere in città, di entrare e uscire dall’acqua. Sul lato opposto, a Sud, dopo qualche decina di metri il Parco finisce e cominciano i palazzi della periferia di Milano.

Questa è la stessa riva sul finire dei lavori di costruzione, notate a sinistra la terra predisposta a “simulare” una riva “naturale”, quella che vedete nelle immagini del Corriere. L’edificio sulla destra adesso è un centro commerciale del “Gigante”. Dietro i palazzi di Bresso.

Questa è la riva opposta, lato Milano Niguarda, in estate, frequentata dai “nuovi italiani” a cui non importa dei divieti sui cartelli.

Lo “storytelling” fasullo sulla “natura”, ha delle conseguenze ovvie. La gente non riesce a distinguere il “vero” dal “falso” e non ha nessuna cognizione della ragione, del percorso tramite il quale si arriva al “dato di fatto”. Non capisce che la “natura” del Parco Nord è altrettanto “naturale” dei filari di palme che decorano Piazza del Duomo, monumento che vorrebbe celebrare il “Mondo Nuovo Globalizzato” ma che, per chi non è rincretinito, in associazione con gli edifici novecenteschi affacciati sulla piazza, celebra i brevi fasti coloniali dell’Italia imperiale.

Nel frattempo si sono imposti dei comportamenti ossessivi nell’uso del Parco. Spariti i bambini e i ragazzi, i vialetti sono percorsi dai “corridori”, poco male, l’unico problema che sono un tantino esibizionisti e tendono a muoversi come gli storni, tutti assieme. Gli altri spazi sono colonizzati dai “ciclisti di montagna” e dai “cinofili”, i quali non hanno bisogno di un giardino curato ma di una “terra di nessuno” come era in origine, da potere devastare con le ruote dentate e dove il cane può defecare, scavare, essere “libero”. Tutta gente che al Parco ci va in macchina. Quindi, come sempre, servono i posteggi e nessuno si preoccupa di cosa c’è appena fuori, cioè del “vivere” la città. Si straparla di “natura” senza vedere che si passa da uno spazio chiuso ad un altro spazio chiuso muovendosi chiusi dentro dei veicoli. I “vuoti” dell’ambiente urbano sono spazi “ostili”, invivibili, destinati solo al movimento o al parcheggio dei veicoli. Non esiste un modo “sano” di camminare dal Parco a casa mia, per camminare da un Comune all’altro o per andare in bicicletta da un Parco all’altro. Perché, lo ripeto, si esce di casa per camminare col cane e si va in bicicletta solo sullo sterrato con la ruota dentata.

Ogni tanto capita di vedere il “mega-progetto” del centro commerciale, del nuovo stadio, eccetera. Le cose che contano sono i nuovi palazzi ma il progetto include sempre il “verde”, per via dello “storytelling” sulla “natura”. Peccato che si tratterà sempre e comunque di spazi “vuoti” progettati sulla carta per essere “vissuti” ma la gente non saprà come “viverli” e che saranno isolati dal contesto, cintati, impermeabili. Nella migliore delle ipotesi, ci arriveranno in macchina e tireranno fuori il pittbull o la “mountain bike”, cercando uno sterrato. Qualsiasi “attrezzatura” sarà negletta, perché non serve ai “ciclisti di montagna” e ai “cinofili”, quindi velocemente vandalizzata dalla sotto-umanità che frequenta i “vuoti” col buio, quando gli altri sono chiusi dietro allarmi e porte corazzate. E’ un livello ulteriore di astrazione e quindi di alienazione.

Il livello di alienazione, oltre che dai comportamenti ossessivi della “natura”, si misura anche dal bisogno indotto di “viaggiare”. Appena si ha del tempo libero bisogna andare a visitare un posto qualsiasi, purché sia “altro” rispetto al luogo dove si dovrebbe vivere ma in realtà si esclude, chiudendosi dietro allarmi, impianti di filtraggio dell’aria e porte corazzate. Tipo bunker per la Guerra Atomica. Non si viaggia per estendere i propri orizzonti, una cosa che richiede un certo tipo di “cultura” che pochi possiedono ma per fuggire, per evadere dal carcere. Un posto vale l’altro. Poi però si ritorna e ci si rinchiude, in casa e in auto.