La stagnola sulla testa

Molti anni fa, quando suggerivo l’esistenza di un Piano di ingegneria sociale su scala planetaria, formulato da una Elite Apolide con risorse finanziarie illimitate e la follia o mancanza di scrupoli necessarie a realizzarlo, di solito mi veniva risposto che ero un pazzoide complottista come quelli che si mettono la stagnola in testa per bloccare il controllo del pensiero da parte delle “autorità”.

Ironicamente, è proprio quello che pensano di fare, come potete leggere nell’editoriale sull’uso di correnti elettriche applicate al cervello per cancellare i “pregiudizi”, che trovate a destra. La stagnola sulla testa non sembra più cosi ridicola, eh?

L’idea che sto portando avanti con la mia ricerca presso l’Istituto Italiano di Tecnologia è che questi stereotipi siano così instillati nella nostra mente che l’unico modo per cambiarli sia modificare i meccanismi biologici del cervello responsabili della generazione e controllo di tali stereotipi. In particolare, i miei studi sono volti all’utilizzo di una procedura, chiamata stimolazione cerebrale non invasiva: tecnica appartenente al campo scientifico delle neuroscienze. Le tecniche di stimolazione cerebrale non invasiva sono delle procedure considerate sicure che permettono, inducendo delle piccole correnti elettriche o magnetiche, di modulare i meccanismi attraverso i quali il cervello regola il nostro comportamento.

Ancora oggi, davanti al fatto che il Piano delle Elite Apolidi è evidente, la maggior parte della gente ancora non se ne accorge, perché disinformata e incapace di unire i puntini, oppure lo nega disperatamente forse perché non sopporta l’idea. Ecco un esempio:

Scalfari, nell’editoriale citato a destra.

La vera politica dei Paesi europei è quindi d’essere capofila di questo movimento migratorio: ridurre le diseguaglianze, aumentare l’integrazione. Si profila come fenomeno positivo, il meticciato, la tendenza alla nascita di un popolo unico, che ha una ricchezza media, una cultura media, un sangue integrato. Questo è un futuro che dovrà realizzarsi entro due o tre generazioni e che va politicamente effettuato dall’Europa. E questo deve essere il compito della sinistra europea e in particolare di quella italiana.

Il Papa, in una intervista pubblicata da Repubblica.

Si vuole bloccare quel processo così importante che dà vita ai popoli e che è il meticciato. Mescolare ti fa crescere, ti dà nuova vita. Sviluppa incroci, mutazioni e conferisce originalità. Il meticciato è quello che abbiamo sperimentato, ad esempio, in America Latina. Da noi c’è tutto: lo spagnolo e l’indio, il missionario e il conquistatore, la stirpe spagnola e il meticciato. Costruire muri significa condannarsi a morte. Non possiamo vivere asfissiati da una cultura da sala operatoria, asettica e non microbica”.

Leggendo questa intervista si può concludere solo che o il Papa è un pazzo che non si rende conto di quello che dice, oppure è sicuro che il lavaggio del cervello che è stato applicato fino a questo momento gli consente di dire le corbellerie più assurde ed essere preso sul serio.

Cominciamo con la prima menzogna: che il “meticciato” significhi una società unita, uniforme, felice, in pace, per contrasto con una società che coincide con una etnia prevalente, cioè il legame tra sangue e terra, che implica necessariamente conflitti interni ed esterni (le “guerre”, che paura). Il “meticciato”, fate una ricerca se volete, significa l’esatto contrario, cioè una società divisa in caste con alla base gli schiavi africani, in mezzo i nativi americani e al vertice i coloni europei. Tra queste caste principali ci sono le sotto-caste formate dagli incroci, sotto-caste che si collocano nella piramide sociale a seconda di quanto sono prossime alla casta principale. Cioè un incrocio tra europeo e nativo sta tra la casta degli Europei e la casta degli Amerindi. Un incrocio tra nativo e africano sta tra la casta degli Amerindi e la casta degli Africani. La divisione in caste, essendo determinata su base “razziale”, è rigida verso l’alto. Un membro della casta inferiore non sarà mai ammesso nella cerchia di una casta superiore. Questo ingenera un conflitto permanente e un ostacolo al funzionamento generale della società. Infatti tutte le società del Sud America non funzionano, sono bloccate in questo schema post-coloniale. Il Papa viene a raccomandarci di trasformare l’Europa nel Sud America, che è il paradiso terrestre.

Poi, continuando, bisognerebbe ricordare al Papa che “mescolare” di solito significa genocidio. Infatti il “mescolamento” del Sud America si è ottenuto quando poche centinaia di reduci della “reconquista”, guerra di secoli condotta dalle monarchie di Castiglia e Navarra contro i musulmani che occupavano la Spagna che si era appena conclusa quando Colombo intraprese il viaggio, piombarono sugli imperi del Sud America alla ricerca dell’oro. Questi “conquistadores” usarono tutti gli espedienti possibili, dalla tecnologia dell’acciaio e delle armi da fuoco contro gente che non conosceva arnesi di metallo, alla guerra biologica diffondendo epidemie, passando per il vecchio “divide et impera”, per determinare il collasso degli imperi e saccheggiarne i tesori. Le ondate successive furono di coloni, gente che voleva impossessarsi della terra invece che dell’oro. Impossessarsi della terra significa eliminare fisicamente chi ci abita, quindi gli Amerindi furono scacciati o sterminati. Ai coloni europei poi si propose la possibilità, in virtù di patenti speciali, di comprare schiavi africani dai mercanti arabi, nonostante la schiavitù fosse sostanzialmente abolita in Europa. Quindi le vaste terre sottratte agli Amerindi, ammazzandone quanti più possibile, furono ripopolate con gli schiavi africani, i quali, essendo considerati qualcosa tra la bestia e l’uomo, non rappresentavano una minaccia.

Costruire muri significa “condannarsi a morte”? Il Papa, da bravo immigrato, oltre a raccontare una storia del suo Paese che è ridicolmente edulcorata, sembra non sapere niente della Storia dell’Europa. In particolare potremmo citare la “Battaglia di Vienna“.

Il grosso dell’esercito ottomano investì Vienna ed i suoi difensori il 14 luglio. Il conte Ernst Rüdiger von Starhemberg, capo delle truppe superstiti (circa 20.000 uomini) rifiutò di arrendersi e si chiuse dentro le mura della città. La corte imperiale e gli ambasciatori presenti, presi dal panico, si diedero alla fuga. Drappelli di Tatari, talvolta di soli 3 o 4 uomini, arrivarono a 80 chilometri ad ovest di Vienna, saccheggiando e disturbando le comunicazioni, incendiando villaggi e fienili, radunandosi e disperdendosi a seconda delle condizioni locali, e diffondendo il panico secondo la più consolidata tradizione mongola.

Dato che le mura della città erano molto solide ed i cannoni ottomani piuttosto vetusti ed inefficaci, gli assedianti pensarono bene di minare le mura (come fecero già a Candia contro i Veneziani) anziché distruggerle a cannonate. Le trincee furono così prolungate fin sotto le mura dove vennero poste le cariche esplosive.

L’assedio fu ovviamente durissimo, con malattie, fame e morte all’ordine del giorno. Ormai il destino della città era segnato, e i Turchi aspettavano solo di penetrarvi, anche se loro stessi non sapevano se saccheggiare “la mela d’oro” (soprannome turco di Vienna) e passare lì l’inverno, oppure conquistarla ed annettere così l’Austria orientale al loro impero. Carlo di Lorena e i suoi uomini compivano numerosi movimenti in appoggio alla capitale, e disturbando (assieme alle sortite delle fortezze rimaste isolate alla frontiera) i rifornimenti ottomani.

Le forze della Lega Santa si riunirono così l’11 settembre sul Monte Calvo (Kahlenberg), pronte alla resa dei conti con gli ottomani. Nelle prime ore del mattino del 12 venne celebrata la Messa e la tradizione tramanda che Sobieski in persona prestò il proprio servizio all’altare. La battaglia ebbe inizio all’alba, subito dopo la messa celebrata da Marco d’Aviano.

falle nell’attacco cristiano, per altro mal condotto e mal organizzato perché nessuno dei generali cristiani era abituato a muovere eserciti così grossi, formati da una coalizione disomogenea per lingua e religione, e privi di un comando centrale organizzato, tuttavia le controffensive turche fallivano una dopo l’altra: se gli assalti si rivelavano infatti ben azzeccati e ben diretti, d’altro canto la mancanza di riserve, il caos nelle retrovie e l’assenza di ordini faceva sì che i turchi vittoriosi si ritrovassero circondati, e finivano con l’essere eliminati un po’ alla volta, in scontri molto violenti e molto confusi.

… l’esercito cristiano non aveva giocato la sua carta più forte: la cavalleria polacca. Nel tardo pomeriggio dopo aver seguito dalla collina l’andamento dello scontro 4 corpi di cavalleria (1 tedesca e 3 polacche) scesero all’attacco a passo di carica. L’attacco fu condotto da Sobieski in persona e dai suoi 3000 Ussari. La carica sbaragliò definitivamente l’esercito turco, mentre gli assediati uscirono dalle mura per raggiungere i rinforzi che già inseguivano gli ottomani in rotta.

Come già per la Battaglia di Poitiers e la Battaglia di Lepanto, la Battaglia di Vienna ebbe un profondo significato religioso. … Papa Innocenzo XI, per ringraziare Maria Santissima della vittoria contro i turchi, proclamò la festa del Santissimo Nome di Maria il 12 settembre. … Nei due mesi di assedio, Marco d’Aviano (frate cappuccino) incoraggiò e confortò i soldati e il popolo viennese, esortandoli ad affidarsi alla Madonna e invocando da Lei la salvezza mediante la preghiera del Rosario.

A questo proposito, chissà se Salvini lo fa di proposito di invocare la Madonna come facevano i combattenti cristiani nell’antichità o se gli è uscito per caso. Infine, il Papa dice che la nostra “cultura” non deve essere “anti-microbica”. Poverino. Ma va? Indovina un po’ chi sono i “microbi” di questa metafora. I microbi non sono “perseguitati” per cattiveria, povere creature di Dio, sono eliminati il più possibile perché sono parassiti che si introducono in un organismo e si riproducono a sue spese. Quando l’organismo reagisce e prova ad espellerli, i “microbi” producono dei veleni, le tossine, che possono causare la morte dell’organismo. Poi certo, l’organismo morto viene mangiato da altri organismi e dalla morte nasce la vita, tuttavia nessun organismo muore volentieri. Nemmeno il Papa, scommetto.