Ancora sul razzismo

Tra le tante cose fastidiose di questi giorni c’è la ripetizione infinita della commedia sul “razzismo”, per esempio ore di “approfondimenti” nelle “rubriche sportive” circa gli insulti ricevuti dai calciatori neri. Andiamo ad esaminare.

Il “razzismo”, cioè l’idea che l’Umanità sia composta di “razze” differenti, implicando che la “razza bianca” sia superiore alle altre, è una conseguenza degli imperi coloniali che furono stabiliti quando le monarchie europee armarono delle flotte per attraversare gli oceani e impadronirsi di terre lontane. Si chiamano “colonie” perché dopo la prima ondata di militari, le navi portavano una umanità varia che si recava in quelle terre per stabilirvisi e costruire una copia della terra natia. Da cui “New York”, cioè “Nuova York” aveva l’intenzione di essere una copia di York. I “coloni”, appunto.

Ai “coloni” si poneva quindi un problema etico e morale. Con che diritto andavano a spossessare i nativi delle loro terre? Di seguito, con che diritto, dopo averli spossessati e ridotti all’indigenza, se non in prigionia, li sfruttavano come servi? Poi ancora, con che diritto acquistavano degli schiavi africani dai mercanti per usarli come forza lavoro subumana nei latifondi, replicando quello che i Romani facevano coi prigionieri di guerra? Erano tutte azioni palesemente contrarie alla dottrina cristiana, che fosse mediata dalla Chiesa Cattolica o direttamente letta nei Vangeli, un po’ meno nello Antico Testamento.

La soluzione fu appunto il “razzismo”, cioè una teoria antropologica non particolarmente sofisticata, che sosteneva la “necessità” del famoso “meticciato”, parola che ha il significato opposto a quello della vulgata attuale, in quanto conseguenza della “superiorità” di una “razza” su un’altra. Ripeto, il “meticciato” è conseguenza del “razzismo”, consiste in una società divisa in caste con al vertice i coloni Europei, in mezzo i nativi, alla base gli schiavi neri. I “meticci” sono gli incroci tra queste caste di “sangue puro” e assumono le posizioni intermedie, per cui un incrocio tra “europeo” e “nativo” sarà “superiore” ad un “nativo” e cosi via.

Questo è uno degli infiniti paradossi della propaganda dei “media”, cioè che la commistione di genti eterogenee sia sinonimo di “meticciato” e che questo “meticciato” sia l’antitesi del “razzismo”. Quando storicamente è l’esatto opposto, il “meticciato” altro non è che la società coloniale e questa società è fratturata lungo le linee “razziali”, come si può facilmente osservare guardando il mondo.

Il concetto di “razzismo” nasce per dare una soluzione etica e morale ad una situazione di convivenza altrimenti insostenibile. Funzionava perché era un concetto accettato non solo dalla “classe dominante” dei coloni europei ma anche dalle “classi dominate”. D’altra parte, la divisione della società lungo linee “razziali” non era una novità per nessuno e non era stata inventata dagli Europei. Ovunque andassero gli esploratori europei trovavano terre abitate e non si trattava, ancora contro la vulgata attuale, di società pacifiche ed egalitarie, erano tutte copie conformi dei reami e degli imperi che gli Europei avevano sperimentato nel corso della Storia, in varie fasi di sviluppo. Per esempio in Sud America gli Europei trovarono una popolazione più o meno al livello tecnologico degli antichi Egizi, che si era organizzata in diversi imperi in cui una certa etnia dominava una galassia di etnie asservite. Nello stesso momento, l’espansionismo arabo aveva prodotto conquiste a seguito delle quali si erano costituiti reami analoghi, fondati sulla supremazia di una certa etnia su etnie soggette e il mercato degli schiavi neri era gestito dagli Arabi, non diversamente da oggi.

Per mettere le cose in prospettiva, vi faccio un esempio storico. Due popolazioni etnicamente molto simili, composte cioè grossomodo dagli stessi contributi di Celti, Germani, Scandinavi, si confrontano, una sottomette l’altra applicando un genocidio.
La conquista cromwelliana dell’Irlanda.
L’articolo recita:
La conquista cromwelliana dell’Irlanda si riferisce alla presa della nazione irlandese da parte dei britannici avvenuta durante la Guerra dei tre regni. Il loro esercito (New Model Army) sbarcò in Irlanda nel 1649. La conquista dell’isola fu completata nel 1653.

enorme impatto che la guerra ebbe sulla popolazione irlandese. Le stime non sono univoche, ma si parla della morte di una percentuale variabile dal 15-25% fino alla metà della popolazione.

Anche nel caso dell’Irlanda, come del nord della Scozia, la società coloniale che segui il genocidio e lo spossessamento produsse una sorta di “razzismo” praticato dai coloni protestanti puritani nei confronti dei nativi cattolici. Il fatto che fossero praticamente identici nei tratti somatici non impedì che si dividessero in caste, separate fino ai giorni nostri da lingua e costumi.

Video di uno spezzone del film “Wind that Shakes the Barley” (il vento che scuote l’orzo).
Il titolo si rifà a questa canzone, scritta un secolo prima degli eventi del video.
Il film racconta della Guerra di Indipendenza irlandese del 1919-21, quasi trecento anni dopo gli eventi descritti nell’articolo precedente. I militari rappresentati nel video sono una milizia coloniale organizzata dal Governo britannico reclutando i reduci della Grande Guerra. Vestiti con le rimanenze di magazzino, da cui il termine “black and tans” (nero e marrone) delle loro uniformi spaiate.

Un altro argomento fondamentale è la differenza tra “xenofobia” e “razzismo”. La “xenofobia” è il meccanismo per cui quando andate a passeggio per un villaggio di montagna, le vecchine vi guardano dalle finestre con aria sospettosa. Chi è questo straniero? Dove va? Cosa vuole? E’ una reazione territoriale perfettamente normale e anche necessaria, che risale a tempi di scarsità di risorse e in cui lo straniero era sempre una minaccia. Il “razzismo” non è una reazione istintiva ad una minaccia potenziale, è una teoria antropologica, sociologica, politica che serve a sostenere la società coloniale.

La attuale propaganda a favore della “società aperta” e della “globalizzazione” puntano a ricreare una società coloniale su scala planetaria, la “globalizzazione” col suo “meticciato” e quindi riproduce inevitabilmente il “razzismo”. Fa ridere ma è esattamente cosi, gli “anti-razzisti” sono l’origine meccanicamente determinata del “razzismo”. Basta porsi una semplice domanda: quante persone della cerchia delle Elite Apolidi appartengono a quelle etnie che “migrano” e confluiscono nel “meticciato”? Oppure, il “meticciato” consolida oppure annulla o ribalta la piramide sociale dei pochi che dominano sui molti? E’ la domanda che si pone Fusaro nei suoi termini di marxismo ortodosso e la risposta non può essere che la “globalizzazione” va a rafforzare la divisione dell’Umanità in caste, non ha lo scopo di annullarla o rivoluzionarla. Piuttosto, il “meticciato” è l’arma con cui le Elite Apolidi vogliono indebolire e immobilizzare il famoso “ceto medio”, mettendogli davanti problemi e nemici appena fuori dalla soglia di casa o anche dentro casa, proponendo le linee di frattura “etniche” tipiche della società coloniale. Quando hai la guerra in casa e il nemico sono i tuoi vicini, amici, perfino parenti, il tuo orizzonte è di pochi metri e non potrai mai organizzare qualcosa su scala più ampia.

Infine, i calciatori.
La cosa assurda non è che i tifosi gli rivolgano “insulti razzisti” ma che questi tifosi paghino di tasca propria, invece di essere costretti con la minaccia delle armi, per andare ad assistere all’esibizione di quegli stessi personaggi che poi insultano. La soluzione sarebbe semplice e ovvia, non è il calciatore che deve fare il “bel gesto” di ritirarsi dal campo perché si sente ingiuriato, mantenendo lo stipendio milionario. E’ il “tifoso” che lo disprezza che non dovrebbe tirare fuori un centesimo per pagare quello stipendio e non dovrebbe presentarsi allo stadio per partecipare alla commedia. Ma il “tifoso”, in quanto tale, è uno dei tanti prodotti del lavaggio del cervello, è un idiota nel senso etimologico della parola. Un idiota che tira la cinghia, uno che toglie il pane di bocca ai figli per pagare le fuoriserie e i rolex ai calciatori che insulta e a tutto il circo dello “sport professionistico” e dei “media” che se ne occupano. A me sembra ovvio che il “razzismo” è l’ultimo dei problemi per il “tifoso” e mi fa ridere che i “media” e i “calciatori” che gli succhiano il sangue pretendano anche di dargli delle lezioni di morale. Lezioni a una persona ridotta allo stato di idiota dal lavaggio del cervello.

Che poi, altro non è che la metafora dell’intera società contemporanea. Chi vuole essere libero è costretto a tirarsene il più possibile fuori.

La plastica in Parlamento

Ieri ascoltavo alla radio una seduta del Parlamento in cui si discutevano i provvedimenti da prendere “contro la plastica”. Ogni volta che ascolto i Parlamentari ne ricavo l’impressione che sia gente ignorante e che non ha nemmeno l’idea di documentarsi sull’argomento di cui discute. Questa volta peggio, si sentivano ragionamenti che non appartengono all’evo contemporaneo e nemmeno all’evo moderno, arrivano diretti dal “secoli bui”.

Per esempio, sentivo una signora affermare “la plastica ha milioni di anni, perché viene dal petrolio, quindi non si può usare per fabbricare accendini una e getta, che poi si accumulano sulle nostre spiagge“. Eh? Allora anche, che ne so, l’alluminio ha milioni di anni perché viene dalla bauxite quindi non si può usare per fabbricare gli accendini usa e getta che poi si accumulano sulle nostre spiagge. Senza contare che qualsiasi cosa si accumulerebbe sulle spiagge se la gente ce la portasse.

Per inciso, la plastica si fa col petrolio perché conviene, non perché sia l’unico modo per farla, esattamente per la stessa ragione per cui le automobili vanno a benzina ma, volendo possono andare anche con l’olio esausto della frittura delle patatine del macdonalds o a carbone di legna o, idealmente, col gas delle scorregge. Quando si dice “conviene” si tratta sia delle “prestazioni” che del “costo”, per esempio le moto che fanno le gare col motore elettrico corrono per 3 giri e poi si fermano, una utilitaria con batteria e motore elettrico al momento costa sopra i trentamila euro. Senza considerare, ancora ovviamente, la fabbricazione e lo smaltimento. Infatti…

Un ragionamento sensato dovrebbe essere:

1. quanta “plastica” viene immessa sul mercato?
1.a quanta “plastica” viene recuperata come rifiuto e smaltita?
1.b quanta “plastica” non viene recuperata e smaltita ma viene dispersa nell’ambiente?
1.c quanta “plastica” può essere sostituita da altri materiali?

A cui segue:
1.a.1 della “plastica” recuperata, quanta viene bruciata come “rifiuto indifferenziato” e quanta viene riciclata?
1.a.1.a di quella bruciata, quali sono i sottoprodotti?
1.a.1.b di quella riciclata, quali sono i sottoprodotti?

1.b.1 la “plastica” dispersa che percorso segue e dove va?
1.b.2 della “plastica” dispersa, quali sono i sottoprodotti?

1.c.1 specificare di ogni materiale proposto in sostituzione della “plastica” le stesse voci di cui sopra, sullo smaltimento e sulla dispersione ambientale.

Invece, di cosa discute il Parlamento? Di mettere una tassa sulla “plastica”. Cosa che notoriamente funziona benissimo, infatti le accise sui carburanti e tutti i balzelli imposti sugli autoveicoli hanno ridotto il traffico, no? Basta guardare fuori dalla finestra.

Se c’è una cosa fastidiosa è questo “pauperismo” modaiolo con cui si atteggia gente che poi consuma con tutti gli strumenti e i modi che gli vengono concessi. Gente che non capisce il concetto che si potrebbe fare a meno dello scemofono più che dello scolapasta di plastica e che per lo scemofono vale lo stesso ragionamento dello scolapasta, cioè nel momento in cui si distribuisce come “prodotto” bisogna definire come verrà ritirato e smaltito in quanto “rifiuto”. Invece di fantasticare di un mondo idilliaco, della “natura” e del “buon selvaggio”, che poi riguarda sempre gli altri perché nessuno rinuncia a niente, dove il “prodotto” non c’è, quindi non si pone il problema del “rifiuto”.

Come siamo arrivati a questo

In principio era il Verbo.
Ad un certo punto della Storia, come tutti dovrebbero sapere ma la maggior parte viene storpiata dalla Scuola degli insegnanti Bella Ciao, furono inventate le macchine e i contadini furono trasferiti dalla terra ai falansteri attorno alle fabbriche.

Guardando questo processo, certi benestanti che vivevano di professioni legate alle lettere, avvocati, notai e similia, misero insieme la perversione dei “sensi di colpa” e quella della “desiderio di potere” e inventarono l’idea della “rivoluzione”.

La “rivoluzione” prometteva alla nuova plebe, il “Proletariato”, cioè i contadini inurbati nelle cui vite c’era solo fabbrica e osteria, la stessa inversione dei ruoli che nella antichità si esercitava nelle feste della pazzia, come il Carnevale. Il servo diventava il padrone. Ovviamente era un imbroglio, una truffa, perché in realtà si trattava di sostituire una aristocrazia con un’altra e le fabbriche dovevano continuare a vivere e a macinare vite umane. Però l’idea piaceva, alle menti stravolte dei “proletari” e a quelle perverse dei “borghesi” che si proponevano come loro “capi”, filantropi disinteressati.

Abbiamo citato il caso italiano. Nell’immediato del periodo successivo alla Grande Guerra ci fu pesante depressione economica. I Socialisti pensarono bene di riproporre in Italia la Rivoluzione Russa. Dai Socialisti fuoriuscirono sia i Comunisti che la loro nemesi, i Fascisti. L’affermazione del Fascismo in Italia fu reazione inevitabile alla minaccia rivoluzionaria, ironicamente si proponeva a sua volta come “rivoluzione” ma invece di realizzare il Carnevale, più pragmaticamente vendeva l’idea che l’Italia dovesse essere affidata a chi si era distinto in guerra, vista come grande “livella” che cancella artifici di casta e mette a nudo la natura umana. Altrettanto pragmaticamente, il Re decise di usare il Fascismo per ristabilire l’ordine. Il Fascismo funzionava, tanto che praticamente non incontrò opposizione. Poi ci fu un’altra guerra che mostrò, più di quella precedente, il ritardo dell’Italia ancora prevalentemente rurale.

Nel dopoguerra la situazione era questa: gli Americani occupavano l’Italia e durante l’invasione avevano applicato alcune dottrine che vediamo applicate ancora oggi. Al Sud avevano adoperato la mafia come “milizia territoriale”, sfruttando le connessioni con la mafia americana. Mano a mano che risalivano la Penisola, contrastati da quello che rimaneva delle Forze Armate tedesche, gli Americani si affidarono alla Chiesa che ereditava, come nel primo medioevo, le funzioni dello Stato. Ad un certo punto gli Americani invasero il Nord Italia, dove nel frattempo era stata alimentata la “Resistenza”, cioè formazioni di renitenti alla Leva e disertori delle Forze Armate italiane che sabotavano i Tedeschi nelle retrovie. I Tedeschi cercavano di non sprecare le poche risorse che gli erano rimaste contro la “Resistenza”, che oggi si chiamano “insurgent” e invece affidavano quello che oggi si chiama “counter-insurgency” alle milizie della RSI, cioè un governo fantoccio ricostituito al Nord dopo la liberazione di Mussolini dalla prigione sul Gran Sasso con una operazione di commando. Una delle cose che non sapremo mai è con che minacce e blandizie i Tedeschi convinsero Mussolini a ritardare l’inevitabile. Fatto sta che la contrapposizione tra “Resistenza” indottrinata dai Comunisti e le milizie RSI, cioè i “fascisti”, divenne in seguito il “mito fondativo” dell’Italia repubblicana.

Ci fu un plebiscito che scacciò la Monarchia. Gli Americani trattarono coi Sovietici la spartizione dell’Europa e l’Italia rimase nella “sfera di controllo” degli USA. Quindi Stalin diede l’ordine ai Comunisti italiani di disarmare, mentre questi avevano progettato di prendere il potere e costituire uno Stato comunista nel Nord Italia. Questo divenne in seguito il “mito fondativo” della “estrema sinistra” o “sinistra extra-parlamentare”, cioè l’ennesima “vittoria tradita” o “della Resistenza incompiuta”. I Sovietici saranno sempre “fratelli” e “modello” ma l’Armata Rossa che si ferma al limite della Cortina di Ferro, invece di “liberare” anche l’Italia, sarà sempre una ferita aperta. Come successe anche in Germania, gli Americani ristabilirono l’ordine affidandosi a quello che rimaneva delle “strutture” precedenti la Guerra, quindi mafia, Chiesa e, paradossalmente, le organizzazioni e le personalità che furono fasciste. Il tutto supervisionato opportunamente dalla CIA.

Boom economico, gli Americani finanziano e supervisionano il passaggio dall’Italia rurale all’Italia industriale. La “democrazia” consiste nella dualità DC – PCI che “congela” la guerra civile o più precisamente la trasforma in una guerra di posizione. Ma le Elite Apolidi hanno pronto il Piano. Cominciano dagli USA dove hanno il loro Quartiere Generale, diffondendo la “controcultura” nelle università. La “controcultura” apparentemente si ispira alle idee “rivoluzionarie” dei secoli precedenti ma è una finzione perché questa volta il “Proletariato” viene escluso, viene saltato a piè pari, ci si rivolge direttamente ai figli della “Borghesia”, appellandosi ai loro “sensi di colpa” e “desiderio di potere”. Il “marxismo-leninismo”, che predicava l’annientamento di tutte le società umane per crearne una nuova da zero in cui il Partito gestiva il mondo per conto di una Umanità di “lavoratori”, viene sostituito da tutta una serie di dottrine “intimiste” che invece di aggredire la società nel suo insieme, propongono di ridisegnare il singolo essere umano, svuotandolo di tutte le cose prodotte dalla Storia e riempiendolo con le idee perfezionate dagli esperti di psicologia e sociologia delle Elite Apolidi. Eccoci con quello che adesso si chiamerebbe “liberalesimo” dalla parola americana “liberal”. Prego notare che la parola “liberale” ha due significati antagonisti negli USA e in Europa. Negli USA “liberal” è praticamente sinonimo di “socialismo” mentre in Europa “liberale” significa “economia di mercato, lo Stato non si intromette”. Abbiamo anche detto che l’associazione tra “liberal” e “socialismo” è un falso storico, un espediente delle Elite Apolidi per creare l’idea di “controcultura” e “ribellione” ma non c’è nessuna “rivoluzione” nel “liberalismo”.

Quindi eccoci ai giorni nostri. La “sinistra” italiana si è convertita molto prima che cadesse il Muro, passando dalla idea di servire il Comunismo sovietico a quella di servire il “liberalismo” delle Elite Apolidi anglofone. Però ha pensato bene di imbrogliare la “base” mantenendo la finzione comunista per una ventina d’anni, per cui Berlinguer era già fautore del “Governo Mondiale” e quindi passava dal Comunismo ortodosso allo “eurocomunismo scismatico”, però al suo funerale la folla oceanica si presentava ancora con le bandiere rosse con falci e martelli, perché nessuno l’aveva informata.

La “sinistra italiana” attuale è la copia conforme della “sinistra mondiale”. Non fa che tradurre in italiano gli slogan che gli vengono passati dalle Elite Apolidi e gestisce la applicazione del Piano delle Elite Apolidi in Italia. Gli slogan sono semplici adattamenti di quelli già presenti nella “controcultura” degli Anni Settanta e, come detto, mirano a de-strutturare l’individuo “occidentale”, svuotarlo e riempirlo con pochi semplici concetti che fondamentalmente lo riducono all’adulto-bambino dal funzionamento bio-meccanico, mosso dalle pulsioni, incapace di speculazione astratta, con le competenze strettamente necessarie ad accudire le macchine e a consumare i prodotti delle macchine. Il “franchise” Matrix è una rivelazione profetica, descrive esattamente il Piano delle Elite Apolidi, rappresentandole come un collettivo di computer e meccanismi. Gli esseri umani sono “batterie”, sfruttati per la loro capacità di produrre energia che viene consumata da Matrix e gli viene succhiata via la vita mentre sono tenuti immobili in un brodo nutritivo e gli viene instillata l’illusione di una “realtà” che non esiste.

Tutte le cose del “politicamente corretto” sono evidenti menzogne e paradossi solo quando esci dal bozzolo di Matrix ma fintanto che rimani dentro e ti viene somministrata l’illusione, non sei in grado di accorgertene. Il “mondo del politicamente corretto” sembra “vero” e perfettamente coerente agli sfortunati schiavi. Certo, ci sono gli “agenti del sistema” che in Matrix sono rappresentati dal personaggio replica di Smith e che nel nostro “mondo reale” sono i funzionari della “sinistra” ai vari livelli. Del resto, basterebbe notare come la attuale “sinistra” coincida col “sistema” a cui, con somma ironia, si voleva opporre la “controcultura”. La “controcultura” è diventata la “cultura”, sistema, potere, finanza, “mainstream”, eppure continua a macinare un ridicolo “contro” anche senza niente a cui opporsi. Per cui certi estremi paradossali, che però sono paradossali solo visti da fuori, come la “pseudo-ecologia” di Greta che viaggia sulla barca da regata del principe di Monaco.

Dare vuol dire arricchirsi

Ogni tanto la signora Maraini pubblica un editoriale delirante sul Corriere.

Sono editoriali che non hanno nessun contenuto di interesse e si potrebbero ignorare tranquillamente se non per due elementi. Il primo elemento è determinare il “valore” della “informazione”. Il Corriere conferma che è nulla, zero. La “informazione” non vale niente e nonostante questo, pretendono di farne un mestiere ben pagato. Il secondo elemento è che la signora Maraini realizza un esempio da manuale di ripetizione parossistica e patologica di slogan, stereotipi, ritornelli con cui i “media” stanno cercando di condizionare la gente ignara. Cominciamo dal sottotitolo:

Solo chi esalta il sospetto e l’intolleranza non riesce a capire che «dare» vuol dire invece arricchirsi.

Eh? La signora Maraini butta li questa “frase ad effetto” contando sul fatto che il lettore condivida con lei una quantità enorme di convenzioni. Cioè che sappia o presuma di sapere cosa significa l’espressione “chi esalta il sospetto e l’intolleranza” e quindi non le chieda di spiegarlo.

Io non condivido nessuna di queste convenzioni. Penso invece che i “progressisti”, gli ex-comunisti che qualche decennio fa sognavano di prendere il potere con le armi e ammazzare tutti i “padroni” per instaurare la “dittatura del proletariato” e che adesso sono funzionari delle Elite Apolidi, gli ex-democristiani sepolcri imbiancati, fuori immacolati come gigli e dentro luridi come fogne, siano il peggio del peggio, che siano una continua minaccia per me e per il mondo e quindi li odio, nel senso che vorrei che sparissero, che non esistessero.

Non ho alcun sospetto, ho delle certezze e non devo indagare per passare da sospetto a certezza, mi basta leggere la signora Maraini sul Corriere. La “tolleranza” è un concetto privo di senso per come ci viene venduto dal solito “storytelling”, cioè come sinonimo di “amore disinteressato per l’Umanità”, in realtà è il tipo di “tolleranza” che può avere qualcuno con una gamba maciullata mentre il chirurgo dell’ospedale da campo di una battaglia ottocentesca gliela amputa con una sega a mano o la “tolleranza” che deve sviluppare qualcuno messo in prigione con degli energumeni dediti alla sodomia.

D’altra parte, non si capisce perché qualcuno dovrebbe “esaltare” il “sospetto e l’intolleranza”. La signora Maraini usa la parola “esaltare” senza altra ragione che attribuire al “bersaglio” della sua invettiva una mentalità e un comportamento cattivo, disgustoso se non malato. Perché lei, la signora Maraini, nel suo editoriale non “esalta” il “dare” e lo “arricchirsi”, lei si limita a mostrare cose che sono ovvie per l’umanità moralmente e intellettualmente superiore. Sono gli altri gli “esaltati” ed “esaltanti”. Questi altri, subumani, non riescono a capire.

Non riescono a capire che “dare” vuol dire “arricchirsi”. Anche qui, confusione semantica mirata ad un lettore che non si fa nessuna domanda, che assume tutto per fede. Perché la signora Maraini non intende davvero il “dare” ma intende il “ricevere”, l’esatto contrario. La signora Maraini ci sta dicendo che ricevendo una intrusione, materiale o figurata, non facciamo un sacrificio ma in realtà otteniamo il godimento. Vi devo fare un disegnino?

… dando qualcosa di sé si esercita la propria energia, la propria vitalità …

Tornando all’esempio di cui sopra, se mi faccio segare una gamba o se mi presto alla sodomia dei carcerati, esercito la mia energia e vitalità. Perché la signora Maraini sta volutamente nel vago ma qui si parla della solita “accoglienza” che è un concetto tipicamente femminile e/o omosessuale. I Romani, spregevoli conquistatori, non a caso disprezzavano più di tutti quelli che si prestavano come “partner passivi”. Noi, che dobbiamo essere amorevoli conquistati, invece li esaltiamo. Eccoci alla chiosa:

Chi odia non sa che quando dedichiamo attenzione, affetto, riguardo e rispetto, tiriamo fuori la migliore parte di noi, e quindi entriamo in un ambito sacrale. La scuola per esempio, come istituzione è in forte crisi e non sa più dare niente, ma resiste e vive per la rete di insegnanti generosi che continuano a offrire tempo e attenzione. Ma cosa vuol dire dare nell’insegnamento? Semplicemente sapere creare un dialogo, ovvero usare la pratica dell’attenzione, della comprensione, dell’intelligenza affettiva verso l’altro, vuol dire attivare un processo di conoscenza che aiuterà sia l’alunno che l’insegnante e arricchirà la comunità nel suo delicato momento di crescita comune.

Prima assurdità: se io ignorassi la signora Maraini non significherebbe che la odio ma che la considero insignificante. Se non rispettassi la signora Maraini non significherebbe che la odio ma che ritengo che non meriti un secondo sguardo. Viceversa, se la odio e quindi vorrei che sparisse, che non esistesse, è perché la considero una minaccia, qualcosa da cui bisogna guardarsi. Allo stesso momento, nessuna di queste cose, ignorare o odiare, significa amare. I Milanesi che pagano i “rider” perché gli portino il mangiare a casa con la scatola legata alla schiena, non amano i “rider”, li ignorano come esseri umani e li usano come strumenti meccanici.

Seconda assurdità: la parte migliore di noi, perfino “sacrale”, consiste nel “darsi” perché solo quando “accogliamo” otteniamo il vero godimento. Si, è una contraddizione, perché se godi nel fare qualcosa è un dare per avere. Allora, la signora Maraini fa confusione apposta per evitare di dire qual è lo scopo del “dare”, che poi come abbiamo già detto, in realtà è un “prendere” mentre si “accoglie”. Perché questo scopo è cosi importante da essere “sacro”.

La “rete di insegnanti generosi” che offrono tempo e attenzione. Che tristezza. Come se non sapessimo che gli insegnanti fanno quel mestiere solo perché cercavano qualcosa che offrisse le garanzie del “posto pubblico” col minimo possibile di sbattimento e perché l’alternativa era la disoccupazione. Gli insegnanti non sono i migliori, ancora, purtroppo allo stato attuale sono i peggiori, gente che non potrebbe fare nessun altro mestiere. Certo, ci sono eccezioni ma questa è la “norma”, la “regola”. Poi, mi pare ovvio che gli insegnanti sono pagati per fare quello che fanno, principalmente tenere i ragazzi lontani da casa il più a lungo possibile perché i genitori non vogliono e non possono pensarci loro. A nessuno importa davvero dei ragazzi e di quello che imparano o non imparano.

Cosa vuol dire “dare” nell’insegnamento? Secondo me significa trasmettere informazioni e metodi per elaborare queste informazioni. Trasmettere conoscenza. Non significa affatto usare la pratica della comprensione, della “intelligenza affettiva verso l’altro”. Mi piacerebbe chiedere alla signora Maraini cosa significa “intelligenza affettiva”. Posso ipotizzare che significhi “compassione” o “simpatia”, cioè qualcosa tipo “condividere i sentimenti/sensazioni degli altri” oppure che significhi “tecnica di manipolazione del comportamento altrui”. Il “processo di conoscenza” è un retaggio della “scuola democratica” per cui non si trasmettono “cognizioni” ma si fa “esperienza di vita” e, ovviamente, essendo la scuola “democratica”, insegnante e alunno sono uguali, sono soggetti al “momento di crescita comune”. Vedi articolo nella colonna di destra sul perché gli studenti sono analfabeti.

Delirio totale.
Aggiungo una postilla. Mia nipote ha cominciato la Prima Media. La “rete di insegnanti generosi” ha imposto che i genitori le comprassero uno smartphone. Visto che sono “generosi” avranno senz’altro pensato di spiegare ai bambini di prima media cosa è uno smartphone, come funziona, a cosa serve, pregi e difetti, sopratutto i difetti. Invece no, zero, niente. Alla Scuola non interessa delle conseguenze dell’ignoranza, la Scuola è una fabbrica di ignoranti dove lavorano operai ignoranti. Si arrangino pure i bambini e le loro famiglie. Poi tanto c’è la “intelligenza emotiva” e il “momento di crescita comune”. Ci sarebbe anche da fare le considerazioni sul “classismo” che implica l’imposizione dell’acquisto di uno smartphone, che non è un oggetto economico e nello stesso tempo è anche fragile, a bambini che in realtà non ne hanno alcun bisogno. Ma qui si parlava del “dare”, no?

I dialoghi

Dialogo e indifferenza.

Nel dialogo si confrontano due tesi. Si può dare il caso che una delle due sopprima l’altra o che entrambe non sopravvivano. Il dialogo non serve a fare coesistere allegramente le due tesi, non serve alla “tolleranza”, alla “accoglienza” e alla “integrazione”, non serve a creare il “meticciato”, il “popolo unico” con caratteristiche medie. Quello si ottiene con il vuoto, il nulla della indifferenza.

La parola “rispettare” significa letteralmente “riguardare”, “guardare un’altra volta”, “ricontrollare”, cioè considerare che una cosa è di importanza vitale nella vostra vita. Come quando partite per le vacanze e controllate di avere chiuso il gas.

Io rispetto le persone che hanno dimostrato talento e virtù, rispetto le idee che descrivono l’universo meglio delle altre. Non rispetto le persone per il solo fatto che esistono e non rispetto le idee che non funzionano.

Nella colonna di destra trovate l’articolo della signora Ronchey, pubblicato da Repubblica. Se lo leggete, facendo la tara della necessità da parte dell’autrice di trovare qualche scusa per la cosiddetta “sinistra”, trovate descritte le ragioni per cui le persone oggi non hanno idea di cosa sia un “dialogo”.

Fin dall’inizio degli anni ’70 del secolo scorso, nel nome della cosiddetta democratizzazione della cultura, si assisteva a fenomeni bizzarri.
[…]
un nuovo genere di analfabetismo — condizione che, com’è noto, aiuta ad opprimere e dominare le masse, non certo a promuoverne l’autodeterminazione o la coscienza politica — la cui caratteristica saliente è convincere illusoriamente chi ne è soggetto di essere invece in possesso della cultura.

Nell’articolo la signora Ronchey racconta delle ragioni per cui gli studenti italiani sono semi-analfabeti e cosi i diplomati e i laureati, specie delle regioni del Sud, dove alla tara della “democratizzazione” si aggiunge quella della “arretratezza culturale lamentosa e furbescamente compiaciuta”, parte necessaria del meccanismo della clientela e dell’assistenzialismo.

Rispetto delle opinioni.

Il concetto espresso sopra secondo me va corretto. Non si tratta solo di convincere la gente di essere in possesso di “pseudo-cultura” ma di inculcare quel riflesso condizionato che nella mia vita mi sono sentito ripetere allo sfinimento, il “rispetto delle opinioni”, che presuppone, come detto nei post precedenti, l’idea che non esista “giusto” e “sbagliato” oppure “vero” e “falso”, perché questa è una “logica binaria” inadeguata a rendere conto della “infinita complessità” del “reale”.

Quindi, una scoreggia vale tanto quanto una sinfonia, Kant vale tanto quanto un “tweet”, chiunque può dire e fare qualsiasi cosa e vale tanto quanto chiunque altro che dice e fa qualsiasi altra cosa.

Il risultato è che la gente cerca, pretende la conferma e la rassicurazione. Il fatto di affermare una tesi e contrapporla ad altre tesi è impensabile, è offensivo, è maleducato. Tutte le tesi devono essere contemporaneamente giuste e sbagliate, vere e false, non si devono confrontare cercando di sopprimere una in favore di un’altra, ci si deve sforzare in tutti i modi di farle coesistere.

Allora, l’unica discriminante che consente alla gente di prendere piccole decisioni e condurre le proprie vite è semplicemente il conformismo. Fare quello che fanno tutti. Se è offensivo e maleducato contrapporre una tesi alle altre, è inconcepibile assumere comportamenti difformi, non adeguarsi. Adeguarsi alle “mode” e le “mode” sono direttive che calano dall’alto. Nessuno deve andare a vedere cosa c’è dietro, nessuno deve cercare di togliere il velo che nasconde la verità. Nessuno deve cercare altre informazioni, nessuno deve elaborare con la propria testa.

Ecco un esempio risibile ma illuminante: fotografia della ragazzina Greta all’arrivo in America dopo la traversata compiuta sulla barca da regata del principe di Monaco. Mi informano che c’è una “polemica sui social” perché nella foto si vede una bottiglietta di plastica appesa alla parete dietro Greta. Si tratta di un condizionamento che prevede stimolo e reazione automatica. Non solo nessuno del “pubblico” ragiona sulla faccenda inconsistente della “plastica” che “uccide i mari”, nessuno ragiona sulla figura costruita dai “media” di Greta. La cosa veramente paradossale è che nessuno del “pubblico” guarda la foto e si rende conto che tutto quello che si vede, tranne Greta, è di plastica. Le pareti sono di plastica, tutti gli oggetti, i vestiti e cosi via. Il “pubblico” reagisce come un automa alla bottiglietta perché quello è il “trigger”, lo stimolo a cui è condizionato a reagire. La cosa è insieme fabbricata dal condizionamento dei “media” e amplificata.

Riassumendo, il problema dei giorni nostri è che la gente è obbligata alla ignoranza di proposito. Non basta, è anche condizionata a rifiutare qualsiasi cosa possa mettere in dubbio le proprie “pseudo-convinzioni”, che altro non sono che assoluto e istintivo, automatico, conformismo. Il condizionamento è tale che qualsiasi aggressione ai concetti viene vissuta come una aggressione alla identità personale, quindi scatta una reazione difensiva parossistica, irrazionale.

In cretinetti è convinto di essere un padreterno perché, per definizione, lui e Kant e lui e Mozart sono “uguali”. Cosa ci insegna la “arte” contemporanea? Il Corano e il “trap”. D’altra parte, non gli può capitare di essere messo davanti al fatto che non è uguale a Kant o Mozart perché la verifica è offensiva, maleducata, discriminatoria, “fobica”, patologica, quindi non può accadere. Il cretinetti, fintanto che si uniforma, è “uguale”, quindi è perfetto.